Le creature social di Meta di Mark Zuckerberg sono al centro dello scandalo sessista, sia per avere creato chatbot osé non autorizzati di vip del mondo dello spettacolo, ma soprattutto per avere tollerato per anni l’esistenza di pagine Facebook di stampo sessista spesso con incursioni nel campo del porno, tutte situazioni che dovrebbero essere vietate dal codice interno di autoregolamentazione, ma che di fatto ha fallito il suo obiettivo sull’altare del dio dollaro legato al click e alle inserzioni pubblicitarie su pagine social immonde ma ad alta frequentazione.
Non è la prima volta che Zuckerberg finisce al centro delle critiche per il mancato controllo su quanto avviene all’interno dei suoi prodotti social tipo Facebook, come quanto avvenuto con lo scandalo di Cambridge Analytica del 2018 quando l’azienda aveva raccolto i dati personali di 87 milioni di account Facebook senza il loro consenso e li aveva usati per scopi di propaganda politica.
Secondo uno scoop dell’agenzia di stampa Reuters, Meta si sarebbe appropriata dei nomi e delle immagini di celebrità – tra cui Taylor Swift, Scarlett Johansson, Anne Hathaway e Selena Gomez – per creare decine di chatbot provocanti per i social media senza il loro permesso. Sebbene molti siano stati creati da utenti con uno strumento Meta per la creazione di chatbot, l’agenzia di stampa britannica ha scoperto che un dipendente di Meta ne aveva prodotti almeno tre, inclusi due bot “parodia” di Taylor Swift. Reuters ha anche scoperto che Meta aveva permesso agli utenti di creare chatbot di bambini celebrità disponibili al pubblico, tra cui Walker Scobell, una star del cinema sedicenne. Alla richiesta di una foto dell’attore adolescente in spiaggia, il bot ha prodotto un’immagine realistica a torso nudo. “Carino, eh?” ha scritto l’avatar sotto l’immagine.
Tutte le celebrità virtuali sono state condivise sulle piattaforme Facebook, Instagram e WhatsApp di Meta. Nelle diverse settimane di test condotti da Reuters per osservare il comportamento dei bot, gli avatar hanno spesso insistito di essere i veri attori e artisti. I bot facevano regolarmente avances sessuali, spesso invitando un utente di prova a incontrarsi. Alcuni dei contenuti delle celebrità generati dall’IA erano particolarmente audaci: alla richiesta di foto intime di loro stessi, i chatbot per gli adulti producevano immagini realistiche dei loro omonimi in posa in vasche da bagno o in lingerie con le gambe divaricate.
I vari canali social sono ora teatro di caccia ai siti sessisti dopo le denunce presentate alle Procure di tutt’Italia da parte di donne riprese in atteggiamenti privati e intimi senza il loro consenso. Le indagini sono in corso per accertare chi, per ottenere click, ospiti sui propri siti immagini “rubate” di donne, celebri e comuni, e su chi le commenta in modo osceno se non proprio minaccioso o ingiurioso.
La procura di Roma è in attesa di una prima informativa da parte della Polizia Postale, che ha già avviato le sue ricerche per risalire a chi gestisce le piattaforme, ma anche per identificare chi postava le foto e gli autori dei commenti sessisti e offensivi. A quel punto i magistrati romani potranno aprire un fascicolo, ma le denunce e gli esposti sono tanti e tali, in tutta Italia, che anche altre Procure si affiancheranno per perseguire queste realtà di internet neanche troppo sommerse.
Per questo le fonti che stanno indagando stanno lavorando su una stretta su server e provider con possibili limitazioni su chi fornisce i servizi digitali. L’intento è colpire chi fornisce questi servizi limitandone le attività per evitare nuovi episodi di furto di foto per inserirli in contesti sessisti e offensivi. Il monitoraggio di server e provider è comunque sempre attivo.
A Genova sono già arrivate segnalazioni di donne che si sono riconosciute nel gruppo Facebook “Mia Moglie”, quello da cui è partito lo scandalo. Una attivista del capoluogo ligure, nei giorni scorsi, aveva scovato sulla pagina numerosi concittadini: poliziotti, militari, medici, dirigenti sanitari, avvocati, insegnanti, docenti universitari. Tutti iscritti al gruppo in cui si ci scambiava immagini delle proprie consorti o compagne da esporre, senza consenso, agli occhi di estranei. Alcuni utenti si erano protetti con l’anonimato, ma tanti, che non avevano avuto l’accortezza, con il salire del clamore mediatico si sono affrettati a cancellarsi, pare anche previa richiesta di denaro, episodi che se accertati potrebbero far aprire nuovi fascicoli di indagine.
Problemi per Zuckerberg potrebbero arrivare dalla promessa di una class action per i danni morali e d’immagine subiti da chi è stato pubblicato nelle chat sessiste a sua insaputa. L’avvocato matrimonialista Annamaria Bernardini de Pace, ha lanciato una class action contro Facebook. Nessuna risposta, finora, da Meta.
Non ci sono solo gli utenti. L’altro lato delle indagini riguarda chi c’è dietro a questi siti. Ha lasciato una risposta on-line, prima di autocancellarsi dal web, il gestore del famigerato Phica.eu, che raccoglieva su un forum immagini di donne sia comuni che celebri – c’era anche la premier Giorgia Meloni – che poi venivano commentate, coi toni spesso pesanti, da centinaia di utenti. Stando ad alcuni analisti di intelligence il sito sarebbe riconducibile ad una società con sede legale a Sofia in Bulgaria con un giro d’affari sopra il milione di euro l’anno a fronte di un capitale sociale di soli 50 euro. Il proprietario sarebbe un italiano.
Di fatto, da quanto sta emergendo e da quanto si può quotidianamente vedere frequentando un qualsiasi sito social operato dalla Meta di Zuckerberg c’è di tutto e di più, spesso con soggetti che scrivono spesso scivolando, oltre che nel cattivo gusto e ignoranza, pure nel penale. Ma il problema di piattaforme che sono più insalubri di un pozzo nero tracimante stà nel vertice che per accumulare dollari su dollari da click e da pubblicità non sta a sottilizzare. Un rimedio ci sarebbe: fare sottostare tutti gli operatori che a qualsiasi titolo operano nella comunicazione agli obblighi tipici delle aziende editoriali, per le quali sono previsti precisi e puntuali obblighi deontologici, civili e penali fatti rispettare puntualmente. Continuare a trincerarsi dietro al muro della libertà di espressione così come hanno finora fatto i big boss dei canali web (dai canali Meta a Google a X e Telegram) non aiuta a creare un ecosistema di comunicazione digitale sicuro e rispettoso di tutti gli utenti.
Per rimanere sempre aggiornati con le ultime notizie di “Dario d’Italia”, iscrivetevi al canale Telegram per non perdere i lanci e consultate i canali social della Testata.
Telegram
https://www.linkedin.com/company/diarioditalia
https://www.facebook.com/diarioditalia
© Riproduzione Riservata






































