Rispetto agli anni ’80 la quota di famiglie che spende privatamente per la sanità è aumentata dal 50,8% al 70%: «un risultato disallineato rispetto alla “promessa” di una copertura universale e globale dei bisogni di salute, intrinseca nella istituzione del Servizio sanitario nazionale». Lo rileva il XXI rapporto Crea Sanità, il Centro per la ricerca economica applicata in sanità (già consorzio promosso dall’università di Roma Tor Vergata e dalla Fimmg), secondo cui l’84% dell’incremento del numero di famiglie soggette a spese sanitarie private si è concentrato negli anni ’90: e in quel decennio la spesa pubblica è aumentata del 4,4% medio annuo (+0,8% in termini reali), mentre quella privata più del doppio (+10,7%). Dopo il 2000 la spesa pubblica e quella privata sono però cresciute allo stesso ritmo (+2,7% medio annuo, pari al +0,7%, in termini reali).
Si smentisce quindi, che con il federalismo si sia generata una “privatizzazione” strisciante della tutela sanitaria che, semmai si è realizzata negli anni precedenti. La crescita del numero di famiglie che spendono privatamente per la sanità, va quindi in parallelo con quella della spesa: l’incidenza dei consumi sanitari sui bilanci delle famiglie si è più che raddoppiata, raggiungendo in media il 4,3%, e toccando il 6,8% per quelle “meno istruite”; anche in questo caso il prezzo più alto lo pagano le famiglie meno abbienti: la quota di spesa privata sostenuta dal 60% delle famiglie meno abbienti è cresciuta dal 27,6% al 37,6%.
Il Servizio sanitario nazionale ha dovuto ricorrere a forme di razionamento implicito per garantire la sua sostenibilità finanziaria, che spiegano il peggioramento dei livelli di equità della tutela precedentemente richiamati: si pone quindi, sottolinea ancora Crea – il tema di valutare se un aumento della spesa (ovvero del suo finanziamento) possa essere risolutiva; ma le cifre necessarie sono difficilmente raggiungibili se non altro perché sono molti i settori in competizione per avere maggiori allocazioni di risorse pubbliche (in primis l’istruzione, gravemente sottofinanziata). Per garantire il mantenimento del Ssn è allora necessario ora un cambio di paradigma per le politiche sanitarie (e in particolare per la regolamentazione pubblica), che devono essere sempre più declinate in termini di Sistema salute piuttosto che di Servizio sanitario.
Il rapporto evidenzia dunque una «crescente disparità nell’accesso alle cure sanitarie in Italia, con le famiglie meno abbienti e meno istruite che subiscono un aumento significativo della spesa sanitaria privata». La percentuale di spesa per queste famiglie è cresciuta 3 volte di più rispetto a quelle con maggiori possibilità economiche, e il dato è definito «ancora più preoccupante» per le famiglie meno istruite, con un incremento del 28,7%.
A livello geografico, la spesa privata è aumentata maggiormente nel Centro e nel Mezzogiorno, dove le carenze del Ssn costringono le famiglie a ricorrere a cure private. La difficoltà di accesso al sistema pubblico è una delle principali ragioni che spingono le famiglie a ricorrere a prestazioni private, soprattutto per servizi preventivi. Questo fenomeno – indica il report – ha portato 2,3 milioni di residenti a vivere in condizioni di disagio economico, con rinunce alle cure per motivi finanziari, una situazione che colpisce particolarmente le famiglie del Mezzogiorno. Inoltre, oltre 4 milioni di famiglie affrontano spese sanitarie “catastrofiche”, che incidono pesantemente sui bilanci familiari, soprattutto per servizi odontoiatrici e assistenza a lungo termine per pazienti non autosufficienti.
L’analisi del rapporto sottolinea che il contenimento della spesa sanitaria pubblica, obiettivo delle riforme del Ssn degli anni ’90, si è tradotto in tagli che hanno trasferito il peso economico sulle famiglie. La quota di copertura pubblica della spesa sanitaria è diminuita dal 81% al 72,6%, un valore inferiore alla media dei Paesi europei.
La spesa sanitaria privata ha raggiunto i 43,3 miliardi di euro, con una crescita costante della quota intermediata rispetto a quella sostenuta direttamente dai cittadini. Tuttavia l’incremento della spesa pubblica, anche se significativo, non sembra sufficiente per eliminare i rischi di razionamento implicito. La spesa farmaceutica, ad esempio, è aumentata del 3,6% medio annuo nell’ultimo decennio e si prevede che il tetto di spesa possa essere superato di 6,5 miliardi entro il 2026.
La demografia italiana – osservano i ricercatori – ha subito trasformazioni significative dalla nascita del Ssn, con un aumento di quasi 5 milioni di “over 75”, 27.000 morti annui in più e 140.000 nascite in meno. Sebbene l’innovazione tecnologica abbia moderato l’impatto di questi cambiamenti, non è riuscita a eliminarli completamente. Inoltre, la società italiana ha visto un aumento delle famiglie monopersonali e della scolarizzazione. Questi cambiamenti hanno portato a una crescita dei bisogni “ibridi”, che combinano esigenze sanitarie e sociali, e a un disallineamento tra bisogni e aspettative della popolazione.
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