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Social nel mirino della giustizia: dopo Meta tocca a Grok di Musk

A Milano attivata class action contro Meta e TikTok da parte di gruppi di genitori.

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I canali social stanno sempre più nel mirino della giustizia internazionale: in California, dopo Meta tocca all’intelligenza artificiale Grok di Elon Musk finire al centro di una denuncia per avere utilizzato immagini risalenti a decenni fa di una vittima di abusi sessuali su minori per generare nuovo materiale pedopornografico.

La società che gestisce Grok, xAi, è accusata dalla querelante di avere progettato l’IA per trasformare fotografie reali di persone identificabili in contenuti a sfondo sessuale e che abbia poi pubblicato i risultati direttamente su X. Le immagini della vittima e degli abusi che ha subito circolano online da quasi vent’anni. Grok, secondo la denuncia, avrebbe utilizzato quel materiale per produrre nuove immagini che la ritraggono. Il materiale generato dall’IA e raffigurante la querelante è stato identificato dal Centro canadese per la protezione dell’infanzia.

La richiesta di risarcimento danni è stata avanzata ai sensi della cosiddetta “Legge di Masha”, una normativa statunitense che consente alle vittime di reati federali di pedopornografia di ottenere un risarcimento di almeno 150.000 dollari per violazione, e chiede al tribunale di ordinare la distruzione di qualsiasi materiale illegale in possesso dell’azienda.

La denuncia mette a confronto l’approccio di xAI con quello di concorrenti come OpenAI, Anthropic e Meta, che bloccano in gran parte le richieste di immagini a sfondo sessuale, e fa riferimento alla pubblicità della “modalità piccante” del suo strumento video Grok.

Questa è la seconda class action che accusa xAI di contenuti pedopornografici generati da Grok. Una causa separata, intentata quest’anno da tre adolescenti del Tennessee, è stata successivamente trasformata in una class action.

Social nel mirino anche della giustizia milanese dopo la presentazione di una class action inibitoria presentata da un gruppo di famiglie affiancate dal Moige nei confronti di Meta (Instragram e FacebooK) e TikTok.

Ci sono prove «documentali incontrovertibili» per dimostrare che «i social di Meta e TikTok generano e aggravano malattie della mente e di ordine comportamentale» soprattutto sui minori, e che «non solo conoscono l’effetto della dipendenza patologica, ma lo ricercano e creano appositamente negli utenti» perché è il «centro del loro modello di business». Anche per questo motivo «non implementano l’”age verification”, ossia le verifiche sull’età, non rimuovono i contenuti attrattivi/catturanti pregiudizievoli, e naturalmente non informano utenti, genitori e regolatori sul pericolo lesioni e morte» viene scritto nella memoria depositata al Tribunale civile di Milano.

La prima udienza si è tenuta il 14 maggio e la prossima è fissata per il 19 novembre (giudice Nicola Fascilla). Dopo quella data dovrebbe arrivare la decisione. Un ricorso con il quale è stato chiesto ai giudici “con urgenza”, tra le altre cose, di sospendere tutti gli account social, fino a che le piattaforme non si adopereranno con mezzi adeguati per controllare effettivamente l’età degli utenti. Si stima, hanno spiegato i legali, che 3,5 milioni di bambini italiani «tra i 7 e i 14 anni siano attivi su Meta e TikTok con dati non verificati o falsi» e restano anche loro in balia degli algoritmi.

Come si legge nella memoria, redatta dai legali del Moige e delle famiglie nella causa a Milano, è «inaccettabile» quando i social «tentano di addebitare ai genitori la mancanza di controllo». È come, scrivono, «se l’avvelenatore di un pozzo si difendesse dicendo che i genitori avevano l’obbligo di impedire ai bambini di abbeverarsi». E poiché «ogni giorno – si legge – milioni di minorenni in Italia sono esposti a tale deliberata azione lesiva dei prodotti Meta e TikTok, il Tribunale dovrà senz’altro impedire alle controparti di sottrarsi al merito con eccezioni pregiudiziali e preliminari infondate, dilatorie e prive di cittadinanza nel nostro sistema giudiziario».

E ancora: «non stiamo chiedendo al Tribunale di riscrivere la normativa, come lamentano le parti resistenti, ma la corretta applicazione di quella vigente e l’eliminazione di condotte che provocano gravi pregiudizi alla salute degli utenti, in particolare dei minori. Nessuna volontà quindi di impedire la libera attività di impresa».

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