Home Economia Assemblea Confindustria: Orsini sferza Ue e punge il governo Meloni

Assemblea Confindustria: Orsini sferza Ue e punge il governo Meloni

Soffocati da assenza competitività, rischiamo deserto industriale. Meloni rilancia tardivamente su una lotta congiunta alla burocrazia, quando avrebbe dovuto averla già combattuta e vinta.

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Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini.

L’assemblea Confindustria 2026 ha avuto nel mirino l’Unione europea e, soprattutto, il suo vertice, quella Commissione presieduta dalla baronessa tedesca Ursula von der Leyen, cui il presidente degli industriali, Emanuele Orsini, ha più volte lisciato a contropelo con una spazzola di ferro: «se in Europa non saremo capaci di uno sforzo comune perderemo la nostra industria, ovvero il 15% del Pil e milioni di posti di lavoro» ha avvertito, indirizzandosi anche verso il governo nazionale guidato da Giorgia Meloni, presente in sala assieme ai vertici della Repubblica: «nessuno Stato membro ha le risorse politiche ed economiche per affrontare da solo le sfide che abbiamo davanti, geopolitiche, tecnologiche, climatiche, demografiche».

Stati Uniti e Cina, ricorda Orsini, le affrontano con «massicci investimenti pubblici e privati, anche sul piano militare, e con politiche protezionistiche». Solo la dimensione europea, per gli industriali, può reggere l’urto, visto che presi singolarmente, i Ventisette sono delle pulci a livello globale. A patto che si comprenda l’importanza della competitività. Il presidente degli industriali denuncia un vero e proprio «smottamento del sistema industriale» nell’ultimo biennio: «gli alti costi dell’energia, la mancanza di investimenti e regole asfissianti hanno mortificato l’iniziativa imprenditoriale e hanno intaccato i livelli occupazionali, spalancando i nostri mercati ai prodotti cinesi. Siamo soffocati dall’assenza di competitività e dalle fragilità che ogni giorno aumentano».

La concorrenza cinese, spesso sleale grazie agli ingenti sussidi statali, è un problema. In 25 anni la quota di Pil mondiale prodotta dall’Ue è scesa di circa 7 punti percentuali: mantenendo invariata la quota sul Pil globale, l’Europa «ha perso oltre 7.000 miliardi di euro di Pil, in gran parte finiti all’industria cinese». Pechino resta «l’unica vera superpotenza industriale». Da sola genera il 35% della produzione manifatturiera mondiale, più di quanto producano insieme gli altri otto principali Paesi industrializzati.

«Ma la Cina gioca con regole falsate ed esporta nel resto del mondo i propri squilibri, ovvero deflazione e carenza di domanda interna» evidenzia Orsini, secondo cui la Cina sta «colonizzando i nostri mercati, se l’Unione non sosterrà da subito le nostre produzioni, saremo costretti al deserto industriale».

Ecco dunque che l’Europa deve agire e reagire, lavorando su tre leve prioritarie: «un vero mercato unico dell’energia; un vero mercato unico dei capitali e del risparmio; debito comune per finanziare una vera politica industriale europea». Per la confederazione la prima cosa da fare è sospendere gli Ets, perché una revisione richiederebbe troppo tempo.

«Oggi, il continente più pulito ha il prezzo della CO2 più alto al mondo: un costo che gonfia le bollette dei cittadini e colpisce i processi industriali spingendoci fuori mercato», sottolinea Orsini, che per far capire quanto tutto questo sia autodistruttivo, pone l’esempio dell’automotive: «con i costruttori europei costretti ad acquistare certificati di emissione di CO2 che arricchiscono i concorrenti americani e cinesi. È una vera pazzia!», tuona, oltre che esportazione netta di ricchezza.

L’urgenza numero uno resta l’intervento sul prezzo dell’energia, una vera e propria «minaccia esistenziale» per le imprese. Negli stabilimenti italiani l’energia costa più che nel resto d’Europa. Colpa di «scelte fatte nel passato rinunciando al nucleare», o di quelle delle regioni oggi sulle rinnovabili: il mercato è «completamente fuori scala». La proposta è quella di riportare l’energia nella «competenza esclusiva dello Stato». L’appello a tutte le forze politiche è a sbloccare le aree idonee per impianti fotovoltaici ed eolici di grande taglia (131 gigawatt sono in attesa di autorizzazione) e a sostenere il più possibile l’iter del disegno di legge sul “nuovo nucleare”, approdato alla Camera.

Gli industriali chiedono anche una politica industriale che sostenga e incentivi la crescita dimensionale delle piccole e medie imprese; di potenziare i contratti di sviluppo e spingere per l’innovazione; semplificazioni e riforma della legge 231 sulla responsabilità amministrativa, «uno strumento quasi esclusivamente punitivo»; di garantire risorse adeguate agli obiettivi, promuovendo «una azione di responsabilità nazionale per mobilitare risorse private a fianco di quelle pubbliche». E mantenendo «la prudenza del governo sui conti pubblici» che Confindustria «riconosce e apprezza».

C’è poi il dolente capitolo fisco: «l’Italia è quarta per pressione fiscale tra i Paesi avanzati e ci sono 575 misure fiscali che erodono circa 120 miliardi di base imponibile». Orsini lancia «una proposta al Governo e alle parti sociali. Lavoriamo insieme, su queste misure, alcune delle quali hanno perso la propria ragion d’essere o si sovrappongono tra loro. Analizziamole insieme. E identifichiamo i 20 miliardi da riallocare, senza aumentare il debito: un terzo alla crescita, un terzo alla sanità, un terzo alla scuola».

Dell’Europa continua a preoccupare gli industriali una burocrazialunare”: l’ultima “conferma” è quella delle «72 condizioni poste da Bruxelles per il via libera al decreto bollette». Della burocrazia europea Orsini dice: «il nostro appello è uno solo: fermatela». Appello che Meloni ha fatto proprio rivedendolo in ambito nazionale lanciando agli imprenditori la proposta di una battaglia comune per combatterla, anche se a un anno dalle elezioni politiche – salvo incidenti di percorso – lo scenario si fa temporalmente difficile, in quanto questa battaglia avrebbe dovuto essere combattuta già dal giorno Uno dell’insediamento del governo Meloni, che si avvia sì ad essere il più longevo della storia repubblicana, ma con un bilancio largamente insoddisfacente rispetto alle aspettative degli elettori che si aspettavano ben altro dal primo premier donna della storia repubblicana.

In chiusura, Orsini invoca fiducia e coraggio: «usiamolo per continuare a costruire sviluppo, competitività e opportunità. Questa è l’unica via capace di generare futuro, coesione sociale e benessere diffuso». La ricetta, per Confindustria, è prendere scelte che facciano ritornare l’Italia a una crescita del 2% l’anno, «crescita che noi giudichiamo non solo necessaria, ma possibile». Peccato che a questo proposito la spinta che avrebbe dovuto assicurare il Pnrr con i suoi 193 miliardi a disposizione – di cui 122 a debitosia stata largamente sprecata in un nulla di fatto.

A margine dell’assemblea Confindustria 2026, da registrare un commento al vetriolo da parte di Antonio Gozzi, vicepresidente di Confindustria, leader degli acciaieri, secondo cui con l’Ets «l’industria europea paga le spese della Commissione. Perché c’è questa grande opposizione della tecnocrazia di Bruxelles? Perché i loro stipendi sono pagati con quei soldi. Nel 2024 – ha continuato Gozzi – ci sono stati 40 miliardi di proventi d’asta, quindi tassa carbonica sulla schiena dell’industria europee. L’Europa prende la sua tangente che vale 19 miliardi. Dal sito si vede che sono destinati a tre voci. Sull’Innovation Fund mettono meno di un terzo. Gli altri servono per finanziare i contributi ai paesi poveri – Romania, Bulgaria e Slovacchia – e a rimborsare il debito comune fatto con il Pnrr».

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