Prima il grafico mostrato ai ministri dell’Eurozona, poi quello consegnato alla stampa relativo ai costi della crisi, l’ennesima in cui è incappata l’Unione europea. Lo shock dell’energia non ha la violenza di quello di quattro anni fa allo scoppio della guerra in Ucraina, ma scava nei conti dei cittadini del continente.
Il Fondo monetario internazionale (Fmi) misura i costi della crisi con precisione: nel 2026 il conto sarà di 375 euro in media per ogni famiglia Ue, fino a 1.750 euro nello scenario peggiore. Per l’Italia la forbice si allarga: 450 euro nello scenario base, 2.270 euro in quello peggiore. Un’erosione del potere d’acquisto che si riflette su crescita, investimenti e fiducia, con rischi al ribasso – nelle previsioni Fmi – “in aumento” e uno scenario estremo che avvicina l’Eurozona “alla recessione”.
Le raccomandazioni degli economisti del Fmi si saldano alle linee rosse di Bruxelles, raffreddando le aspettative dell‘Italia: per ora l’Europa non è davanti a una crisi straordinaria che giustifichi deroghe al Patto o interventi a pioggia. Sorvolando sul fatto che l’Ue sta correndo proprio sul bordo della crisi e, se ci cade dentro, uscirne sarà sicuramente più difficile che non agire prima.
Le stime tracciate già ad aprile dal Fondo monetario internazionale – un mese dopo lo scoppio della guerra in Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz – sono fragili già di per sé, con la crescita dell’Eurozona ridotta all’1,1% nel 2026 e all’1,2% nel 2027, accanto a un’inflazione media attesa nel 2026 al 2,6%. A destare maggiore inquietudine è però l’andamento del petrolio, divenuto il vero termometro dell’economia globale. Se il gas resta relativamente contenuto rispetto agli shock del passato, è il greggio a muoversi lungo traiettorie più prossime allo scenario avverso. Con la crisi attuale – hanno evidenziato i vicedirettori del dipartimento europeo dell’Fmi, Helge Berger e Oya Celasun – i rendimenti sono risaliti e gli spread sono tornati ad ampliarsi, riaccendendo una dinamica in cui il costo del debito sovrano si trasmette al credito privato, raffreddando gli investimenti e comprimendo la crescita.
E per un paese fortemente indebitato come l’Italia è che la bolletta degli interbessi sugli oltre 3.000 miliardi di debito pubblico passi rapidamente dagli attuali 85-90 miliardi ad oltre 100 miliardi di euro, con buona pace della manovra 2027.
La stabilità finanziaria, nell’analisi del Fmi, va “monitorata con attenzione” e le banche centrali sono chiamate a restare ancorate ai dati nelle loro valutazioni sui tassi. Se alla Bce spetta il compito di calibrare gli interventi davanti all’inflazione che rialza la testa, ai governi è chiesto uno sforzo ulteriore. Le misure da adottare – nel ritornello ribadito anche dal presidente dell’Eurogruppo, Kyriakos Pierrakakis, davanti agli eurodeputati – devono essere mirate ai più vulnerabili, temporanee e sostenibili per la tenuta dei conti pubblici.
Nei Paesi ad alto debito, come l’Italia, il richiamo degli economisti di Washington resta volto al «consolidamento», senza deviazioni, per non mettere alla prova la fiducia dei mercati. Chi dispone di margini più ampi – come la Germania – può permettersi politiche più espansive, ma negli ultimi mesi – hanno denunciato Berger e Celasun – molti governi sono intervenuti tagliando accise e imposte sull’energia: misure comprensibili, ma non prive di effetti collaterali, con il rischio di «distorcere» i segnali di prezzo e indebolire gli incentivi al risparmio e alla transizione energetica, chiave per «l’indipendenza» dell’Europa.
Davanti a un’incertezza divenuta, nelle parole di Pierrakakis, «la nuova normalità», anche il Fondo si smarca tuttavia dalla linea dei Paesi frugali e spinge per un futuro bilancio Ue «più ampio», capace di finanziare «veri beni pubblici europei», dalla difesa all’energia, fino alla ricerca.
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