Nella ricerca di marzo dell’Indagine Rapida sull’attività nell’industria italiana, somministrato tra il 18 e il 25 alle grandi imprese del settore associate a Confindustria, è stato chiesto di individuare i principali costi delle guerre connessi ai conflitti in Medio Oriente, distinguendo tra criticità già emerse e problematiche attese in caso di un prolungamento oltre un mese. Questo ha consentito al Centro studi Confindustria di raccogliere informazioni dirette sugli impatti della guerra subiti dalle aziende industriali italiane, in netto anticipo sui dati statistici ufficiali.
Imprese preoccupate dai costi delle guerre. I risultati mostrano come le preoccupazioni si concentrano soprattutto su tre fattori: il costo dell’energia, indicato come criticità dal 25,0% dei rispondenti, i costi di trasporto e/o assicurazione (21,9%) e il costo delle materie prime non energetiche (18,4%). Quest’ultimo assume un rilievo maggiore nelle prospettive, risultando la principale fonte di preoccupazione (20,7% delle imprese) qualora il conflitto si protragga; seguono il costo dell’energia (19,4%) e i costi di trasporto e/o assicurazione (15,4%). Tra le ulteriori criticità già ben evidenti si segnalano gli ostacoli alle esportazioni (11,2%) e l’aumento del costo dei semilavorati (8,5%); quest’ultimo assume un peso maggiore nello scenario prospettico, venendo indicato come rischio dal 10,3% degli intervistati in caso di prolungamento del conflitto oltre un mese.
Conta molto la durata del conflitto. Nel complesso, i risultati evidenziano come le pressioni sui costi risultino, al momento, più rilevanti rispetto alle difficoltà di approvvigionamento: le tensioni in atto sui prezzi di input quotati sui mercati internazionali, sia energetici che non energetici, appaiono per ora riconducibili a dinamiche speculative (basate sull’attesa di futura scarsità), più che a vincoli di disponibilità fisica. In particolare, questo è vero soprattutto per il petrolio, la commodity più colpita dalla guerra: sui prezzi (subito) e sui volumi (tra qualche mese). In una prospettiva di più lunga durata del conflitto, emergono segnali di crescente attenzione anche ai rischi di approvvigionamento di input, cioè alla carenza di volumi. In particolare, la quota di imprese che indica criticità nella fornitura di materie prime aumenta dal 7,4% all’11,3%, rendendo tale fattore il quarto principale rischio atteso. Con un conflitto lungo, aumenta anche la preoccupazione delle imprese per i siti produttivi nei paesi del Golfo coinvolti.
Di quanto aumentano i costi energetici per le imprese? Il Centro studi Confindustria ha stimato di quanto potrebbero aumentare quest’anno i costi energetici per le imprese in Italia, in diversi scenari per la guerra in Iran. La stima applica i rincari delle commodity energetiche alla struttura dei costi di produzione delle imprese. Già nel 2025, per gli strascichi sui prezzi di gas e petrolio dell’impennata del 2022, la manifattura italiana pagava una bolletta energetica più alta dei principali competitor europei (Francia e Germania), con un’incidenza dei costi energetici sui costi totali maggiore rispetto a 6 anni prima (del +25%, dal 3,9% pre-Covid, al 4,9%).
Per il 2026, nell’ipotesi che la guerra in Iran finisca a giugno (con un petrolio a 110 dollari in media annua), che riprendano i flussi commerciali pre-conflitto e che la capacità produttiva dei paesi del Golfo rimanga adeguata a sostenere l’offerta mondiale, le imprese manifatturiere italiane si ritroverebbero a pagare ulteriori 7 miliardi di euro l’anno in più in bolletta rispetto al 2025; l’incidenza dei costi energetici risulterebbe superiore di 1 punto percentuale, salendo dal 4,9% nel 2025 al 5,9% nel 2026. Se invece la guerra si dovesse protrarre per tutto il 2026, con un petrolio a 140 dollari in media annua, le imprese pagherebbero 21 miliardi in più e l’incidenza salirebbe di 2,7 punti percentuali (dal 4,9% al 7,6%). In questo caso, si arriverebbe intorno ai livelli critici già sperimentati nel 2022 (8,3%), non sostenibili per le imprese italiane. Le quali vedrebbero erosa la loro competitività sia in Europa che a livello internazionale, considerato anche che i prezzi di petrolio e gas sono più bassi per le imprese localizzate in altre aree del mondo, in particolare nel continente americano.
In questo contesto, per l’Italia è tassativo ridurre il prima possibile i costi dell’energia. Il ministro all’Energia, Gilberto Pichetto Fratin, in attesa del rilancio sul nucleare che potrà dare il suo contributo, nella migliore delle ipotesi, tra una decina d’anni, è di potenziare le rinnovabili, passando dagli 85 gigawatt installati odierni ai 130 del 2030, avvisando anche che ora «le rinnovabili ormai non devono più essere incentivate per stare in piedi, hanno una capacità di produrre a prezzi che sono circa la metà del prezzo unico nazionale». Ma è necessario anche usare a pieno regime le quattro centrali a carbone esistenti in Italia, due spente e due in servizio, che assieme producono 4,7 gigawatt di energia.
Ma servirebbe anche un più deciso slancio al geotermico, sia quello a bassa temperatura sfruttabile praticamente dappertutto per la climatizzazione degli edifici dando un taglio netto a circa il 40% dei consumi nazionali di gas metano, che a quello ad alta temperatura utilizzabile per alimentare turboalternatori per produrre energia elettrica, oggi limitato all’areale di Lardarello in Toscana, quando in Italia avrebbero un ottimo potenziale le aree vulcaniche del Centro e Sud Italia, con il vantaggio di produrre a zero emissioni e 24 ore su 24, tutti i giorni dell’anno, che piova o non soffi il vento. Peccato che fino ad oggi, il governo Meloni abbia fatto poco o nulla in questo campo.
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