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Da embargo Ue al gas russo poco impatto per l’Italia

Già sostituite quasi tutte le forniture a partire dal 2023. Rischio aumento dei costi della bolletta energetica.

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L’embargo Ue sul gas russo deciso dalla Commissione europea avrà effetti limitati per l’Italia, che ha già sostituito quasi integralmente le forniture da Mosca nel biennio 20222023. Prima della guerra ucraina, il gas russo rappresentava circa il 40% delle importazioni italiane, ma nel 2023 i flussi si sono ridotti a livelli «quasi azzerati», pari a meno del 5% del totale.

Secondo un’analisi del Centro studi Unimpresa, la copertura dei consumi nazionali è arrivata da Algeria (25,5 miliardi di m³), Azerbaigian (10 mld), Qatar e Stati Uniti tramite Gnl, oltre che da Norvegia e Olanda. La domanda interna è inoltre scesa di circa il 20% rispetto al 2021, raggiungendo nel 2024 il minimo degli ultimi quindici anni. Con infrastrutture già operative – dal gasdotto TAP ai rigassificatori di Livorno, Piombino, Adria e Ravenna – l’Italia affronta l’embargo Ue senza rischi di approvvigionamento.

Se le forniture sono assicurate, secondo Unimpresa l’effetto sui prezzi è destinato a farsi sentire sulle bollette, con un “premio europeo” legato alla maggiore dipendenza dal Gnl e alla volatilità dei mercati internazionali. Per industria ed energivori la sfida sarà contenere i costi e accelerare investimenti in rinnovabili, efficienza e contratti a lungo termine. La fase di embargo può diventare un’opportunità per consolidare il ruolo dell’Italia come hub energetico del Mediterraneo, purché vengano completati gli investimenti su reti, stoccaggi e nuova capacità di importazione.

Secondo il Centro studi di Unimpresa, l’Italia affronterà l’embargo Ue sul gas russo con impatti quasi marginali dal punto di vista delle forniture. La transizione fuori dal gas russo il Paese l’ha già fatta: non si tratta ora di cambiare il mix energetico, ma solo di rendere definitiva — e irreversibile — una scelta che nei fatti è già stata compiuta.

Il divieto totale dal 2026 per il GNL e dal 2027 per il gas russo via metanodotto chiude una porta che era già socchiusa, anche se introduce alcune conseguenze strutturali sul piano geopolitico e dei prezzi. Ma sul piano fisico dei volumi, l’Italia non rischiablackoutcarenze: i numeri lo dimostrano con chiarezza.

Prima della guerra, nel 2021, circa il 40% del gas importato dall’Italia arrivava dalla Russia. Era la colonna portante dell’approvvigionamento nazionale. Poi è arrivato il 2022, con la guerra, il taglio dei flussi via Nord Stream e la corsa di Bruxelles per ridurre le dipendenze. Il risultato si è visto quasi subito: nel 2022 la quota russa è scesa a circa il 19%; nel 2023 ARERA certifica che le forniture dalla Russia «sono ormai quasi azzerate»; nello stesso anno la quota effettiva è stimata attorno al 5% del totale (circa 2,9 miliardi di metri cubi).

Le forniture di gas all’Italia arrivano, nel 2023 circa 61,2 miliardi di metri cubi di gas, arrivano da Algeria: 25,5 miliardi m³; Azerbaigian (TAP): 10 miliardi m³; Qatar: 6,8 miliardi m³ (GNL); USA: 5,3 miliardi m³ (GNL); Nord Europa (Norvegia + Olanda): 6,6 miliardi m³; Libia: 2,5 miliardi m³; Russia: meno del 5%.

Se sulle quantità l’embargo Ue non crea problemi, sulla dinamica dei prezzi l’effetto esiste, ed è strutturale. L’Europa rinuncia definitivamente al maggior fornitore “via tubo” a costi relativamente bassi, e si affida di più al GNL, generalmente più costoso e più volatile. Dopo il picco del 2022, i prezzi TTF di Amsterdam sono calati di circa il 60% nel 2023, ma restano più alti dei livelli pre-crisi. Il rischio è che questo “premio europeo” — dovuto alla maggiore fragilità del mercato — resti un elemento strutturale. Per l’Italia ciò significa che le imprese energivore (ceramica, acciaio, chimica) continueranno a convivere con margini compressi, mentre le Pmi dovranno pianificare con maggiore prudenza e i consumatori non vedranno un ritorno ai prezzi anni 2015-2019.

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