La desertificazione commerciale corre con 156.000 punti vendita del commercio al dettaglio e ambulante scomparsi in Italia tra il 2012 e il 2025, cifra che rappresenta oltre un quarto del totale secondo i dati evidenziati dall’analisi “Città e demografia d’impresa” realizzata dall’Ufficio Studi di Confcommercio su 122 città italiane (107 capoluoghi di provincia e 15 comuni non capoluogo più popolosi), che prende in esame l’andamento statistico su 18 categorie di attività economiche, con una distinzione tra centri storici e territorio urbano.
Se da un lato il fenomeno della desertificazione commerciale accelera sempre più rapidamente, con un tasso medio annuo del 3,1% nel 2025 contro il 2,2% osservato nelle precedenti analisi, colpendo soprattutto i comuni del Nord e lasciando molti locali commerciali sfitti, cresce il numero delle imprese del comparto alloggio e ristorazione (+19.000).
A incidere è principalmente il cambiamento dei modelli di consumo: nel 2025 le vendite del commercio elettronico rappresentano l’11,3% dei consumi totali di beni acquistabili online e il 18,4% dei servizi. Dati che contribuiscono a ridurre il numero di negozi fisici e modificano l’organizzazione dell’offerta commerciale.
A fronte di una variazione dell’indice di vendite al dettaglio totale, tra il 2015 e il 2025, pari a +14,4%, le piccole superfici sono completamente ferme (0,0%) mentre l’online risulta quasi triplicato (+187%). Nel 2019 il valore delle vendite online era pari a 31,4 miliardi, nel 2025, invece, è arrivato a 62,3 miliardi. In soli sei anni risulta ormai raddoppiato.
Nel commercio e nei pubblici esercizi prosegue, inoltre, il contributo delle imprese a conduzione straniera (+134.000, contro un calo di 290.000 per quelle italiane nel periodo 2012-2025), svolgendo un’importante funzione di integrazione economica e occupazionale (+194.000 occupati). Allo stesso tempo, cresce la dimensione media delle imprese italiane, che passa da 2,4 addetti per impresa nel 2012 a 3 addetti nel 2025, mentre quelle guidate da imprenditori stranieri restano generalmente più piccole e diffuse (da 1,9 addetti a 1,7 addetti).
Rispetto alla forma societaria, crescono le società di capitale (dal 9% al 17% nel commercio al dettaglio e dal 14,2% al 30,6% nell’alloggio e ristorazione) e diminuiscono tutte le altre forme, come ditte individuali o cooperative, evidenziando un processo di progressiva strutturazione delle imprese del terziario, con una maggiore organizzazione imprenditoriale e una crescente ricerca di efficienza e produttività.
La desertificazione commerciale continua a colpire le città italiane e interessa in modo significativo il settore della moda che «è tra i più colpiti dal fenomeno, con una contrazione del 36,9% delle attività di abbigliamento e calzature nei centri storici tra il 2012 e il 2025 – afferma il presidente di Federazione Moda Italia-Confcommercio, Giulio Felloni -. Si tratta di un’emergenza che richiede regole chiare sull’offerta commerciale nei centri storici, il riutilizzo rapido dei locali sfitti e politiche capaci di coniugare sviluppo economico e urbanistica».
«La desertificazione commerciale è diventata un’emergenza che penalizza le aree urbane, con meno servizi e meno sicurezza. Va avviato il nostro progetto “Cities” con i sindaci su tre priorità: disciplinare l’offerta commerciale nei centri storici, riutilizzo immediato dei locali sfitti, coniugare sviluppo economico e urbanistica» ha detto Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio.
Per contrastare questo fenomeno, Confcommercio promuove il progetto “Cities”, dal quale oggi emergono alcune proposte sulle quali, anche in virtù della collaborazione con Anci, la Confederazione chiede ai sindaci e agli assessori un confronto costruttivo. Tra queste, riconoscere le imprese di prossimità come attori del governo urbano, integrare politiche di sviluppo economico e urbanistica, attraverso l’attribuzione di deleghe a un’unica figura politica o a una cabina di regia inter-assessorile per favorire il raccordo tra gli strumenti di pianificazione urbanistica e la programmazione commerciale. E poi un “Osservatorio permanente sul tessuto economico urbano”.
Confcommercio, però, dovrebbe iniziare in prima persona ad investire sul proprio comparto. Ci sono realtà, come la territoriale trentina, estremamente ricca, che parcheggia decine di milioni di euro in liquidità in titoli di Stato quando potrebbe investirne parte a favore dei propri associati, o di coloro che vorrebbero intraprendere un’attività commerciale, fermati soprattutto dal caro locazione dei muri dell’esercizio. Si potrebbe creare un fondo rotativo con cui acquisire negozi sfitti, riqualificarli e locarli con un canone agevolato per i primi anni di avvio dell’attività per poi crescere progressivamente trasformandosi in locazione a riscatto che possa essere rilevato dall’imprenditore. Sarebbe una scelta positiva, sia per il comparto economico che per la vivibilità di interi quartieri ormai privi di servizi commerciali e dei servizi di base.
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