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Editoria italiana sempre più in crisi secondo la relazione Agcom

Lasorella: «-9,3% la diffusione di copie a stampa dei quotidiani, a solo 1,2 milioni al giorno. Ricavi del settore in leggero calo a 12 miliardi, concentrati al 74% sui canali Tv».

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editoria Bilancio INPGI

La crisi dell’informazione in Italia è sempre più grave secondo quanto emerge dalla periodica indagine dell’Autorità delle comunicazioni presentata dal suo presidente Giacomo Lasorella.

L’editoria quotidiana nel 2025 «ha visto la diffusione delle copie cartacee crollare a 1,2 milioni di unità giornaliere, quasi un decimo di quanto si vendeva all’inizio del secolo. Il calo è stato del 9,3% rispetto all’anno precedente e i ricavi delle aziende editoriali sono in netta flessione (-7,9%), rendendo i fondi pubblici un sostegno vitale che ormai pesa per quasi il 10% del totale del comparto». Fondi che però non interessano tutti gli editori dell’informazione, ma solo le grandi testate, lasciando del tutto scoperte quelle digitali minori che così soffrono di una doppia concorrenza sleale oltre a quella causata dalle grandi piattaforme digitali che drenano anche la pubblicità minore, oltre a saccheggiare impunemente senza alcuna retribuzione i contenuti pubblicati.

Andando a scomporre le voci di bilancio, secondo Lasorella «si nota che la riduzione colpisce in primo luogo i ricavi derivanti dalla vendita dei quotidiani in forma cartacea e digitale, che hanno subito una contrazione dell’8,7%. Ancora più pesante è stata la riduzione delle entrate derivanti dalla vendita dei prodotti collaterali (libri, riviste o supporti allegati al quotidiano), che hanno fatto segnare un -23,6%. Anche la raccolta pubblicitaria sui quotidiani ha mostrato un segno negativo, flettendo del 5,7%».

Se l’informazione a stampa soffre, un po’ meglio va per i canali televisivi. «Il quadro economico del settore dei media nazionali registra nel 2025 una lieve flessione, con ricavi totali che si sono attestati poco sopra i 12 miliardi di euro, invertendo la tendenza dell’anno precedente e facendo segnare una contrazione dello 0,6% su base annua – evidenzia Lasorella -. I ricavi da vendita di spazi pubblicitari arretrano del 2,9%, un calo che interessa tutti i mezzi tradizionali (televisione e stampa quotidiana e periodica), a eccezione della radio. La televisione rimane il gigante indiscusso del settore dei media tradizionali, raccogliendo il 74,1% delle risorse totali, a fronte di un’editoria periodica e quotidiana che scivola sotto il 21%. Il settore televisivo ha raggiunto nel 2025 ricavi per 8,9 miliardi di euro (+0,6%)».

Quanto alle forme di finanziamento dell’editoria, «le offerte a pagamento (sia online che tradizionali) rappresentano la quota maggiore di finanziamento (43,6%), seguite dalla pubblicità (34,5%, in calo) e dai fondi pubblici, tra i quali il canone Rai (21,9%)» ha detto Lasorella, evidenziando come sul fronte degli operatori «i primi tre detengono ancora il 67% del mercato dei media con Rai al 26,6%, Comcast/Sky al 22% e Fininvest/Mediaset al 18,5%, ma devono fronteggiare la crescita delle piattaforme globali come Netflix, Dazn, Amazon e Disney+, che ormai pesano per il 23,3% delle risorse totali grazie ai loro contenuti premium».  

«Anche l’analisi economica delle quote del Sistema integrato delle comunicazioni (stimato in 20,4 miliardi di euro nel 2023, pari allo 0,95% del PIL) conferma la sempre maggiore rilevanza delle piattaforme online, che vedono crescere il proprio peso sul totale delle risorse – ha detto Lasorella -. Alphabet/Google si conferma al secondo posto, dopo la RAI, con l’11,8%; Meta/Facebook occupa la quinta posizione con una quota superiore all’8%; Amazon, Netflix e DAZN si collocano al sesto, settimo e nono posto, con un’incidenza dei propri ricavi pari, rispettivamente, al 4,5%, 3,3% e 2,4%. Risulta sempre più rilevante la pubblicità online – ha proseguito – che, con 7 miliardi di euro e una crescita del 12,2%, amplia ulteriormente il divario rispetto alla raccolta pubblicitaria sui mezzi tradizionali, stabile a circa 5 miliardi (24,6% del SIC)».

«Anche alla luce della sempre più pervasiva affermazione dell’intelligenza artificiale generativa, una delle questioni più rilevanti è quella della salvaguardia del pluralismo informativo in rete, come premessa indispensabile per la tenuta della sfera pubblica e del confronto democratico – puntualizza Lasorella -. Nel mondo digitale, caratterizzato, da un lato, da un numero potenzialmente infinito di contenuti, dall’altro, dalla selezione algoritmica dei messaggi e dalla possibilità di utilizzo delle tecniche combinate della profilazione dell’utente e dei sistemi di raccomandazione, la tutela della libera e corretta formazione dell’opinione del cittadino elettore si pone non in rapporto alla riserva di spazi, come per i mezzi tradizionali, ma in relazione alla trasparenza delle scelte algoritmiche relative alla visibilità dei vari contenuti e alla trasparenza delle relative fonti di finanziamento».

Quanto ai limiti di concentrazione dell’informazione, Lasorella evidenzia come la norma si basi ancora sulla tiratura delle edizioni cartacee, non considerando quelle digitali sempre più diffuse, sottolineando come «l’analisi dei limiti anti-concentrativi ha confermato che i principali gruppi editoriali restano al di sotto delle soglie previste dalla normativa vigente, ma c’è l’esigenza di aggiornare i criteri di misurazione delle posizioni dominanti, un’esigenza rafforzata dal Regolamento europeo sulla libertà dei media (Emfa), che mira a difendere pluralismo e indipendenza editoriale nello spazio digitale».

Lasorella ha concluso la sua relazione con una riflessione sull’equo compenso appena ribadito da una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea dello scorso 12 maggio: è una norma «a tutela degli editori, dei giornalisti e dell’intero settore della comunicazione. Secondo la Corte, la normativa italiana è compatibile con il diritto dell’Unione, non solo nella parte in cui prevede che gli editori abbiano il diritto di ottenere un’equa remunerazione per l’utilizzo online delle loro pubblicazioni di carattere giornalistico, determinata, in caso di disaccordo tra le parti, direttamente da un’Autorità indipendente come l’Agcom, ma anche in quella che impone anche alle piattaforme, che utilizzano o intendono utilizzare tali contenuti, l’obbligo di avviare trattative con gli editori, di non limitare la visibilità dei contenuti nei risultati di ricerca nel corso delle trattative e di mettere a disposizione degli editori e di un’autorità pubblica come Agcom le informazioni necessarie per determinare l’importo di una equa remunerazione».

Il fatto che la pubblicità si sposti sempre di più sui canali digitali spesso operati da soggetti non nazionali né comunitari, interviene il senatore Maurizio Gasparri (FI), secondo cui «emerge con chiarezza l’ulteriore aumento della pubblicità che si trasferisce su Internet, sui siti e sulle piattaforme digitali. C’è una crisi dell‘editoria e della stampa cartacea, ma c’è anche un dilagare della pubblicità in rete, che vale ormai 7 miliardi. Occorrono quindi regole che riguardino questo settore. Non possiamo avere un mondo online sempre più ricco ed esentasse e, dall’altra parte, realtà editoriali tradizionali tartassate e destinate a un inevitabile declino. Tutti possono trovare spazio sulla rete, ma esistono situazioni fiscali profondamente diseguali. C’è pertanto una grande riflessione da fare. Mentre ci si attarda su argomenti di dettaglio, lo strapotere della rete, dei grandi colossi ma anche di protagonisti di dimensioni diverse, sta ponendo un problema di equità fiscale e di equilibrio economico che non può essere ulteriormente ignorato».

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