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Giovani lavoratori sempre più rari, in Italia e in Europa

Il problema della sostituzione della forza lavoro, manuale e intellettuale nei paesi, dove i pensionati stanno superando i giovani.

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I giovani lavoratori sono una merce sempre più rara per il mercato del lavoro e per la società italiana e, più in generale, europea. Negli ultimi dieci anni i giovani italiani tra i 15 e i 34 anni sono diminuiti di quasi 550.000 unità, effetto diretto della crisi demografica che sta interessando l’Italia. Un dato che desta forte preoccupazione, poiché mette a rischio, tra le altre cose, anche la tenuta del sistema occupazionale nazionale.

Secondo l’Ufficio studi della Cgia, entro il 2029tra tre annioltre 3 milioni di lavoratori usciranno dal mercato del lavoro per raggiunti limiti d’età e/o di anzianità contributiva. Un dato che apre una domanda destinata a diventare centrale nel dibattito economico e sociale dei prossimi anni: chi sostituirà questi lavoratori?

Tra il 2025 e il 2029, secondo le previsioni del Sistema Informativo Excelsior di UnioncamereAnpal, quasi 3 milioni di italiani lasceranno fabbriche e uffici. Si tratta per lo più di baby boomer che andranno in pensione. Un problema già oggi difficile da gestire e che rischia di aggravarsi ulteriormente nei prossimi anni: per molti imprenditori, trovare personale è una missione quasi impossibile. A farne le spese sono soprattutto le piccole imprese, che hanno una capacità attrattiva nei confronti dei giovani nettamente inferiore rispetto alle aziende di dimensioni maggiori.

Di questi 3 milioni di addetti, poco più di 1,6 milioni sono dipendenti del settore privato, 768.200 dipendenti pubblici e 665.500 lavoratori autonomi. A livello territoriale, gli imprenditori che molto probabilmente si troveranno più in difficoltà a rimpiazzare coloro che andranno in quiescenza saranno i lombardi che “subiranno” una incidenza delle uscite dei dipendenti privati sul totale del 64,6%, gli emiliano-romagnoli con il 58,6% e i veneti con il 56,5%.

Chi sostiene che gli immigrati possano, nel tempo, colmare i vuoti occupazionali che si creeranno nel Paese si sbaglia clamorosamente. Tuttavia, nel breve periodo, l’ingresso di nuovi extracomunitari può rappresentare uno strumento per affrontare questa sfida, a condizione di riuscire a preparare adeguatamente le persone nei Paesi di origine che intendono entrare in Italia, accelerando sulla realizzazione di corsie preferenziali nell’assegnazione delle quote di ingresso, riservandole a chi, nel proprio Paese natale, abbia frequentato un corso di lingua italiana e ottenuto una qualifica che attesti il possesso delle competenze professionali richieste dalle imprese. A queste ultime, però, spetta il compito di garantire a queste maestranze un’occupazione stabile e un aiuto concreto nella ricerca di un alloggio dignitoso e a prezzo accessibile.

Oltre a mettere in difficoltà molte imprese, il progressivo invecchiamento della popolazione italiana rischia di minare la tenuta dei conti del sistema pensionistico? Per i prossimi decenni, le proiezioni di Istat e ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) indicano che l’incidenza della spesa previdenziale sul Pil nazionale subirà un aumento transitorio, passando dall’attuale 15,4% a un picco stimato intorno al 17% verso il 2040, per poi scendere gradualmente sotto il 14% entro il 2070. Si tratta di previsioni di lungo periodo, quindi soggette a margini di errore che potrebbero non essere trascurabili; tuttavia, sembra che nel tempo il sistema sia in grado di autosostenersi.

Resta però aperto il problema dell’entità degli importi che verranno erogati agli aventi diritto nei prossimi decenni: ai giovani d’oggi, che spesso hanno carriere lavorative discontinue e retribuzioni relativamente basse, l’Inps corrisponderà assegni contenuti, difficilmente sufficienti a garantire una vita dignitosa, cosa che sta già accadendo oggi per coloro che vanno in pensione con il sistema contributivo.

Nel lungo periodo, la contrazione del numero di giovani è un problema che riguarda tutta Europa, non solo l’Italia. Negli ultimi 10 anni (2015-2025) il calo in Italia è stato del 4,3%, contro una media dell’Eurozona del -0,4%. Se anche la Germania ha registrato una variazione percentuale negativa (-1,8%), le altre big europee, invece, sono in controtendenza.  La Francia (+1,6%), la Spagna (+5,3%) e i Paesi Bassi (+11,5%) hanno momentaneamente, grazie in particolare agli immigrati, invertito il segno. Sebbene in Italia la fascia anagrafica tra i 15-34 anni presente nel Paese sia stabile dal 2023 e pari a 12,1 milioni di persone, nel 2035 dovrebbe scendere a 11,8 milioni e nel 2045 crollare a 10,1 milioni: praticamente 2 milioni di giovani in meno rispetto a oggi.

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