Utilizzare Google per fare una ricerca oggi significa imbattersi subito in un testo già pronto: una risposta generata dall’intelligenza artificiale che svetta in cima ai risultati, anticipa gli articoli, li comprime, li rielabora e, sempre più spesso, finisce per sostituirli agli occhi degli utenti, troppo pigri per cercare da sé approfondimenti o proposte alternative. Ed è su queste schermate che Bruxelles ha deciso di voler fare luce: la Commissione europea apre un nuovo fronte nello scenario – sempre più teso – dei rapporti tecnologici con gli Stati Uniti annunciando una nuova indagine antitrust su Google.
Il sospetto è che il gigante di Mountain View, per alimentare i suoi servizi di intelligenza artificiale “AI Overviews” e “AI Mode”, abbia usato i contenuti di editori e creator, dai siti di informazione ai video di YouTube, senza compensarli, né offrire loro la possibilità di opporsi senza perdere il flusso di traffico proveniente da Google Search, da cui molti dipendono.
L’istruttoria antitrust seguirà un iter accelerato: se i sospetti fossero confermati, si configurerebbe un abuso di posizione dominante per piegare a proprio vantaggio un intero segmento del mercato dell’IA e, nel monito di Bruxelles, incrinare la pluralità dell’informazione a spese di editori e cittadini.
«Una società libera e democratica si fonda su media diversificati, libero accesso all’informazione e un panorama creativo dinamico. Questi valori sono centrali per la nostra identità di europei», ha osservato il vicepresidente dell’esecutivo Ue, Teresa Ribera, dal podio della conferenza annuale degli uffici brussellesi della Charles River Associates, una delle più prestigiose società di consulenza globali con radici a Boston. Un’osservazione dai contorni politici, accompagnata da un monito che si rivolge direttamente oltreoceano: «l’IA porta innovazioni straordinarie, ma il progresso – ha scandito il commissario spagnolo – non può avvenire a scapito dei principi che tengono insieme le nostre società».
La risposta dell’amministratore delegato Google, Sundar Pichai, è arrivata a stretto giro, respingendo sospetti e rilievi. Un’indagine del genere, hanno contrattaccato da Mountain View, «rischia di ostacolare l’innovazione in un mercato sempre più competitivo». Gli europei meritano «le tecnologie più avanzate», è la tesi espressa per bocca di un portavoce, che ha quindi espresso la piena volontà di Google a continuare a lavorare «a stretto contatto con il settore dell’informazione e quello creativo» per accompagnare tutti nella transizione verso l’era dell’IA. Anche se sarebbe meglio leggere tale dichiarazione tra le righe, intravvedendo una sorta di “vogliamo continuare a fare come abbiamo sempre fatto” sfruttando il lavoro altrui per i propri guadagni multimiliardari.
L’amministrazione statunitense è stata subito messa al corrente della mossa di Bruxelles. Ora tocca al gruppo interloquire, spiegare, trattare con Bruxelles. Qui, però, non si gioca una partita tra Usa e Ue, hanno ribadito a Palazzo Berlaymont, respingendo l’idea che la bandiera a stelle e strisce della Big Tech possa influire sul rigore europeo. «Quando si tratta di concorrenza, l’Ue è agnostica rispetto al paese d’origine dell’azienda», ha tagliato corto una portavoce della Commissione Ue, rivendicando un’istruttoria condotta unicamente in nome della tutela della concorrenza e dei consumatori.
Ma al fondo di tutte le vicende che riguardano Google, Meta, X & Co. riguarda lo sfruttamento indiscriminato dei contenuti prodotti da editori e creator senza riconoscere alcun compenso verso chi li ha materialmente generati. Un comportamento che sfrutta una condizione di sostanziale monopolio dell’accesso al Web da parte di poche multinazionali con sede negli Usa, tendente all’ingordigia, visto che riconoscere un equo compenso ai produttori dei contenuti scalfirebbe solo marginalmente i loro utili multibilionari.
Interessante la proposta lanciata dal sottosegretario italiano all’editoria, Alberto Barachini, che ha ipotizzato di alzare l’attuale tassazione del 3% gravante sui giganti del Web al 5-6%, distribuendo tale gettito ad un fondo destinato a retribuire editori e creator. Potrebbe essere un primo, fondamentale passo per ridurre l’attuale eccessiva disparità.
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