Gli italiani vanno in pensione sempre più tardi: nel 2025 è stata di due mesi in più rispetto all’anno precedente, a 64 anni e sette mesi, contro i 64 anni e 5 mesi del 2024. Per i soli dipendenti privati negli ultimi 30 anni è aumentata di ben 7 anni e 3 mesi, dai 57 anni e 7 mesi del 1995 a 64 anni e 10 mesi.
I dati emergono dal rapporto annuale dell’Inps che riporta ancora una volta non solo l’allungamento dell’età lavorativa, ma anche il netto “gender gap” sia nel mondo del lavoro che della previdenza. Nonostante le donne siano la maggioranza dei pensionati italiani, 8,4 milioni contro gli 8 milioni di uomini, percepiscono il 44% dei redditi pensionistici. Per gli uomini si parla di 2.166 euro al mese, mentre per le donne la media è di 1.619 euro, circa 550 euro in meno, cioè il 34%.
L’Inps analizza le politiche che negli ultimi anni hanno cercato di porre argine al gap, puntando all’inclusione delle donne e allo stesso tempo a combattere la denatalità. Gli incentivi economici alle famiglie, come l’assegno unico, possono favorire un aumento («seppur contenuto») delle nascite, ma rischiano di ridurre la partecipazione delle madri al mercato del lavoro se non accompagnati da interventi complementari. Al contrario, strumenti come il bonus asilo nido, si rivelano più efficaci nel sostenere l’occupazione femminile, con un aumento della probabilità di occupazione per le madri di circa 6 punti percentuali.
La vera scoperta è però nel lavoro da remoto, esploso per necessità durante il Covid e in alcuni casi mantenuto dalle aziende che può essere un vero jolly in grado di ridurre la “child penalty”, ovvero la penalizzazione delle carriere derivante dall’avere un figlio, fino all’87%. E’ inoltre uno strumento efficace per aumentare le retribuzioni – l’Inps stima fino a 1.300 euro nell’anno successivo alla nascita -, per produrre «effetti positivi sulla fecondità» e per ritardare l’età della pensione, in questo caso anche degli uomini.
Per il presidente Inps, Gabriele Fava, non esiste pensione solida senza «lavoro stabile, regolare e dignitosamente retribuito». Prima della pensione, insiste, viene il lavoro, che deve essere inclusivo, pagato con salari adeguati e continuativo a livello contributivo. Si parte quindi dall’inclusione di giovani e donne, ma anche degli stranieri, perché tra il 2019 e il 2025 i lavoratori extra Ue sono cresciuti di oltre il 35% e oggi un lavoratore dipendente su sette in Italia è immigrato.
I salari devono essere adeguati perché – nonostante l’aumento delle retribuzioni del 3,6% nel 2025 e di oltre il 14% rispetto al periodo pre-Covid – l’inflazione rimane un rischio significativo. Le politiche del governo hanno contribuito a ridurne l’impatto ma, come sottolineato dal ministro al Lavoro, Marina Calderone, c’è ancora «tanto percorso da fare», visto che i redditi reali medi degli italiani sono tornati al 2021, con la perdita di 20 giorni di lavoro a livello di potere d’acquisto.
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