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Manovra 2026: attesi da banche 3,9 miliardi in 2026 e 9,5 miliardi in 3 anni

Secondo Unimpresa, nel 2024 il sistema bancario ha pagato 11 miliardi tasse su 46 miliardi di utili, con tax rate del 24%.

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Manovra 2026

La manovra 2026 avrà un impatto complessivo di circa 9,5 miliardi di euro sul sistema bancario italiano nel triennio 2026-2028 secondo quanto emerge da un’analisi del Centro studi di Unimpresa, realizzata sulle tabelle del disegno di legge bilancio depositato al Senato, secondo cui il peso maggiore si concentrerà nei primi due anni: 3,9 miliardi nel 2026 e 3,9 miliardi nel 2027, mentre nel 2028 l’effetto si ridurrà a 1,6 miliardi.

La misura più onerosa contenuta nella manovra 2026 è la sospensione della deduzione dei componenti negativi legati alle Dta (articolo 22), che vale 3,3 miliardi in due anni, seguita dall’aumento dell’Irap dal 4,65% al 6,65%, con un impatto di 3,27 miliardi nel triennio. A queste si aggiunge la limitazione della deducibilità degli interessi passivi, pari a 913 milioni, e l’effetto favorevole della nuova deducibilità delle perdite su crediti, che genera un beneficio di 316 milioni. Una voce straordinaria, ma “una tantum”, è infine l’affrancamento degli extraprofitti 2023, che porterà 1,65 miliardi nel 2026.

«Il contributo richiesto al sistema bancario dalla manovra 2026 appare complessivamente equilibrato rispetto agli utili record registrati negli ultimi esercizi, che hanno beneficiato del prolungato rialzo dei tassi di interesse – commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi -. È giusto che una parte di quei profitti straordinari contribuisca al consolidamento dei conti pubblici, purché ciò non comprometta la capacità degli istituti di sostenere famiglie e imprese in una fase economica ancora incerta».

Il sistema bancario, nonostante l’enorme volume di utili conseguito senza sforzo grazie alle decisioni sugli interessi da parte della Banca centrale europea, ha pagato poche tasse. Sempre secondo il Centro studi Unimpresa, nel 2024, gli istituti di credito italiani hanno realizzato 46,5 miliardi di euro di utili netti, a fronte dei quali hanno versato al fisco 11,2 miliardi. Ne deriva un tax rate effettivo – cioè il rapporto tra le imposte pagate e i profitti – pari al 24,2%. Nello stesso anno, il fatturato complessivo del comparto bancario è salito a 110,1 miliardi, con un margine d’interesse da attività di prestito pari a 64,4 miliardi.

Si conferma così un andamento già strutturale: negli ultimi sette anni, dal 2018 al 2024, le banche italiane hanno generato utili netti cumulati per 162 miliardi di euro, su cui sono state versate imposte per 33,9 miliardi, con un’incidenza media del 20,9%.

Manovra 2026

Nel periodo considerato, il sistema ha incassato ricavi per 626,3 miliardi di euro, sostenendo costi per 391,3 miliardi, e ha registrato margini d’interesse complessivi per 331,2 miliardi. In media, ogni anno le banche italiane hanno prodotto 89,5 miliardi di ricavi, di cui 47,3 miliardi derivanti dall’attività creditizia, ottenendo utili netti per 23,1 miliardi e versando imposte pari a 4,8 miliardi, con una pressione fiscale effettiva nettamente inferiore a quella di imprese e lavoratori, che si attesta ben oltre il 40%.

In sette anni, il tax rate medio del settore si attesta appena sopra il 20%: appare insostenibile il confronto con le piccole e medie imprese, spesso schiacciate da un prelievo che supera il 60% degli utili.

«È evidente – afferma Longobardi – che siamo di fronte a una pressione fiscale assai distante e più leggera rispetto a quella che grava sul sistema produttivo nazionale, soprattutto sulle piccole e medie imprese, costrette a operare con un carico fiscale reale che spesso supera il 60%». 

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