Home Economia Produttività in Italia: secondo il Cnel è ferma dal 2019

Produttività in Italia: secondo il Cnel è ferma dal 2019

Il primo rapporto annuale evidenzia una crescita stentata dal 1995 di solo +0,2% l'anno. L'Ue corre sei volte di più.

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rapporto produttività

La produttività in Italia è da trent’anni sempre stentata. A partire dal 1995, la crescita annua della produttività in Italia è stata in media appena dello 0,2%: sei volte inferiore rispetto a quella dell’Unione europea. E dal 2019, l’indicatore è sostanzialmente fermo. È questa la fotografia del primo Rapporto annuale sulla produttività presentato dal Cnel, che vede il rischio di un circolo vizioso fatto di bassi salari e scarsa innovazione.

Il rapporto evidenzia una «apparente contraddizione» tra la produttività stagnante e i buoni risultati dell’Italia su crescita economica, occupazione ed export, negli ultimi anni, soprattutto se confrontati con il difficile contesto internazionale. All’origine di questa anomalia, secondo il rapporto, ci sono alcune caratteristiche strutturali come la forza lavoro poco qualificata e in rapido invecchiamento e la predominanza di piccole imprese.

Lo shock dei prezzi del 2022-23 ha eroso i salari reali e spinto le aziende a investire più sul lavoro che sul capitale. L’occupazione è così cresciuta, ma soprattutto in attività a basso valore aggiunto.

«Le realtà più avanzate e innovative sono una piccola minoranza: il 50% delle esportazioni nazionali è realizzato da 1.300 grandi imprese – ha ricordato il presidente del Cnel, Renato Brunetta -. Il divario con la media europea è marcato soprattutto negli investimenti immateriali — software, ricerca e sviluppo, capitale organizzativo – fondamentali per la produttività».

Inoltre preoccupa la scarsa propensione all’innovazione: «il 33,5% delle imprese italiane ritiene che non debba fare nessun investimento, nelle tecnologie digitali, nel prossimo biennio. Non è una buona notizia», ha sottolineato il coordinatore del Comitato nazionale produttività del Cnel, Carlo Altomonte.

A pesare è anche il deficit di competenze digitali: solo il 16% dei lavoratori italiani ha conoscenze avanzate nelle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, contro il 30% circa in Germania e Francia. Il rischio, secondo l’economista Marco Buti dell’European University Institute è «un equilibrio cattivo, con una crescita estensiva ad alta occupazione ma con bassi salari e bassa produttività».

Brunetta ha indicato una possibile strada: «occorre far crescere la piccola e piccolissima impresa. Introdurre nelle piccole imprese dosi massicce di nuove tecnologie, competenze, formazione e soprattutto investire in capitale umano», invocando «investimenti pubblici europei per creare 2-5-10 Cern».

Marcella Panucci, ex direttrice generale di Confindustria e docente della Luiss, ha auspicato che «l’Europa adotti un nuovo piano come il Pnrr, finanziato con debito comune, con una regia più forte sugli investimenti a maggiore tasso di innovazione».

Il capo Unità della direzione Affari economici e finanziari della Commissione, Alessandro Turrini, ha ricordato come i governi tendano ad avere «un orizzonte temporale troppo breve per affrontare con adeguata responsabilità temi come produttività e crescita di lungo periodo» sottolineando «l’importanza di mettere insieme le competenze. Anche per questo il Consiglio dell’Ue ha raccomandato di istituire Comitati nazionali produttività, come quello del Cnel».

Il rapporto, ha concluso il direttore generale Analisi e ricerca del Tesoro, Ottavio Ricchi, rappresenta «un importante strumento di riflessione» su un tema complesso. Anche la formazione, ha avvertito, rischia di alimentare la fuga dei cervelli «se i giovani trovano all’estero salari e prospettive migliori».

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