Nel 2025, la ristorazione italiana ha registrato consumi per 100 miliardi di euro, in crescita rispetto all’anno precedente (+0,5%) ma ancora inferiori ai livelli pre-Covid (-5,4%). Sul versante occupazionale, il settore ha invece perso il 10,3% dei dipendenti, oltre 114.000 unità. I dati sono del “Rapporto Ristorazione 2026” di Fipe-Confcommercio.
Il valore aggiunto è apparso in lieve aumento (59,3 miliardi di euro, +0,5%), mentre il numero delle imprese attive è calato dell’1% in confronto al 2024, portandosi a 324.436. La maggiore contrazione ha interessato i bar (-2,2%), mentre il settore banqueting e ristorazione collettiva ha segnato un +3,5%. Per quanto riguarda i prezzi, in un anno i listini sono cresciuti del 3,2%: una conseguenza dello shock inflazionistico del post pandemia.
Una delle maggiori difficoltà per la ristorazione italiana è il reperimento del personale, considerato complesso dalla metà delle imprese. La ricerca di cuochi, camerieri e baristi – le figure più richieste – può durare fino a 5 mesi. Al netto dei lavoratori “under 40”, il 61,6% del totale, l’unica fascia occupazionale che resiste al calo è quella degli “over 60”, denotando una permanenza attiva in allungamento.
La novità della XIV edizione del Rapporto ristorazione 2025 è stata la profilazione degli imprenditori, da un punto di vista socio-anagrafico e motivazionale. Le ragioni che spingono a fare impresa nella ristorazione italiana sono soprattutto passione e vocazione (47,4%), continuità familiare (35%) e desiderio di autonomia (21,6%). Un titolare su due non riesce nemmeno ad immaginarsi con un lavoro diverso. La famiglia resta poi una risorsa essenziale, caratterizzando il 37,3% delle imprese. Sebbene il 48,6% degli imprenditori abbia figli occupati nella propria azienda, il 45,4% preferirebbe che sviluppassero un percorso professionale diverso e solo per il 10,5% il passaggio generazionale è un desiderio personale significativo.
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