Costa una botta da più di 22 miliardi di euro la svolta sull’elettrico di Stellantis che per tornare a crescere punta su una nuova strategia più consona ai desideri di chi compra un’automobile, a partire dai consumatori americani dove l’abolizione dei limiti ambientali decisa da Trump ha rilanciato in grande le richieste di suv e pickup, grandi bevitori di carburante ed emettitori di CO2.
Il titolo di Stellantis presieduta da quel John Elkann che negli ultimi tempi pare imbroccare un fallimento dietro l’altro, crolla in Borsa, incassando un calo del 25,17% a 6,11 euro, tornando alle quotazioni di maggio del 2020, bruciando 5,9 miliardi di euro di capitalizzazione. Con in più il “dono” agli azionisti della mancata erogazione dei dividendi nel 2026, dopo l’ubriacatura degli ultimi tre anni con la gestione di Carlos Tavares.
L’amministratore delegato Antonio Filosa assicura che già nel 2026 il gruppo «tornerà profittevole» e che non ci sarà bisogno di aumenti di capitale, mentre il consiglio di amministrazione dà il via libera all’emissione di obbligazioni ibride perpetue subordinate non convertibili, fino a un importo massimo di 5 miliardi di euro. Gli oneri produrranno uscite di cassa per 6,5 miliardi nei prossimi quattro anni a causa dei prodotti cancellati, ma anche degli altri programmi in corso sulle auto elettriche, i cui volumi attesi sono inferiori alle proiezioni precedenti. Ci sono anche le svalutazioni per prodotti cancellati – tra cui il pickup Ram 1500 elettrico – e 6 miliardi sono collegati alle piattaforme, altri 2,1 miliardi sono legati al ridimensionamento della catena di approvvigionamento dedicata ai veicoli elettrici.
Gli effetti del cambio di rotta di Stellantis che torna a puntare deciso, specie sul mercato americano che per tutto il gruppo è ormai quello principale per la creazione di fatturato e di utili, sui motori termici troppo frettolosamente abbandonati sono evidenti sui conti del secondo semestre del 2025: una maxiperdita tra i 19 e i 21 miliardi di euro, ricavi tra i 78 e gli 80 miliardi, risultato operativo rettificato negativo tra -1,2 e -1,5 miliardi, cash flow negativo tra 2,3 e 2,5 miliardi.
Il segnale positivo arriva, invece, dalle consegne delle auto: nell’ultimo trimestre 2025 sono state 1,5 milioni nel mondo, in crescita del 9% su base annua. A trainare è il Nord America, dove si registra un balzo del 43%: «il motore di crescita di Stellantis sono gli Usa. Gli ordini sono più che raddoppiati, e la quota di mercato è in aumento. Questo è un segnale molto positivo» sottolinea Filosa. Sono in crescita anche Sud America, Medio Oriente e Africa, Cina e India e Asia-Pacifico, mentre è in calo l’Europa allargata (26.000 auto vendute in meno pari al -4% su base annua) per l’effetto combinato di un mercato dei veicoli commerciali leggeri in contrazione e di pressioni competitive.
«Gli oneri annunciati oggi – spiega Filosa – riflettono in larga parte il costo derivante da una sovrastima del ritmo della transizione energetica, che ci ha allontanato dalle esigenze, dalle possibilità e dai desideri reali di molti acquirenti di autovetture. Riflettono inoltre l’impatto delle criticità pregresse, che il nostro nuovo team sta progressivamente gestendo».
La situazione finanziaria di Stellantis è figlia legittima del “Green Deal” europeo che troppo lentamente sta venendo demolito dinanzi alle evidenze delle pesanti criticità dell’industria manifatturiera europea, da quella dei veicoli alla produzione di acciaio, cemento e chimica. Invece di andare a pietire – assieme a Volkswagern – nuovi incentivi per l’elettrificazione della mobilità, i vertici delle case costruttrici europee farebbero meglio a sbattere sul tavolo della Commissione licenziamenti in blocco di centinaia di migliaia di lavoratori e la chiusura di decine di migliaia di fabbriche con conseguente tracollo economico e sociale dell’Ue se la Commissione non si rimangia completamente e subito i suoi provvedimenti più deteriori e controproducenti. Questa sarebbe una vera assunzione di responsabilità sociale e politica per inchiodare Ursula von der Leyen e i suoi sodali alle sue pesanti responsabilità che stanno conducendo al disastro l’Europa.
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