Il profilo delle tasse 2025 vede più incassi da consumi e transazioni, meno gettito dai lavoratori e dalle imprese secondo l’analisi condotta dal Centro studi di Unimpresa. Nel 2025 le entrate tributarie erariali si sono attestate a 471,6 miliardi di euro, in aumento di 9,3 miliardi (+2,0%) rispetto allo stesso periodo del 2024. Se l’Iva e l’imposta di bollo sono cresciute rispettivamente di 8,4 miliardi (+4,3%) e di 2 miliardi (+27,2%), l’Irpef e l’Ires registrano riduzioni rispettivamente di 4,1 miliardi (-2,2%) e 1,2 miliardi (-3,5%): la crescita del gettito è legato a una ripresa progressiva dell’economia, sostenuta dall’aumento dei consumi, delle transazioni e delle attività finanziarie, a fronte di un calo delle imposte su lavoro e imprese legato agli interventi di riduzione fiscale introdotti dal governo Meloni.
Lo studio del Centro studi di Unimpresa sulle entrate nelle casse dello Stato sui primi 10 mesi 2025, vede trainare l’incremento del gettito le imposte indirette, che nel 2025 raggiungono 205,4 miliardi di euro, con una crescita di 8,4 miliardi (+4,3%). In particolare, l’Iva sale a 141,2 miliardi, con un aumento di 4,1 miliardi (+3,0%). La crescita riguarda soprattutto gli scambi interni, che toccano 125,6 miliardi (+3,96 miliardi), e i versamenti legati allo “split payment” della pubblica amministrazione, pari a 15,0 miliardi (+1,16 miliardi). Un andamento che segnala una domanda interna in rafforzamento.
Forte, tra le tasse 2025, anche l’apporto dell’imposta di bollo, che nel periodo gennaio-ottobre 2025 arriva a 9,6 miliardi di euro, in aumento di 2,05 miliardi (+27,2%). Il dato riflette l’incremento delle operazioni finanziarie, bancarie e amministrative, nonché una maggiore movimentazione del risparmio e degli strumenti di investimento.
Contribuiscono alla crescita delle entrate indirette anche le accise: quelle sui prodotti energetici salgono a 20,8 miliardi (+436 milioni), quelle sull’energia elettrica raggiungono 2,3 miliardi (+250 milioni), mentre le accise sul gas naturale per combustione arrivano a 2,0 miliardi, con un incremento di 484 milioni (+31,5%).
Sul fronte delle imposte dirette, il gettito complessivo si attesta a 266,2 miliardi di euro, in lieve aumento di 940 milioni (+0,4%), ma con dinamiche differenziate al suo interno. L’Irpef scende a 187,9 miliardi di euro, in calo di 4,1 miliardi (–2,2%), mentre l’Ires si attesta a 33,4 miliardi, in diminuzione di 1,2 miliardi (–3,5%). Una flessione coerente con gli interventi di riduzione del carico fiscale su lavoro e imprese, che hanno inciso sul gettito sostenendo redditi e competitività.
A compensare il calo di Irpef e Ires contribuisce la forte crescita delle entrate legate ai redditi finanziari e da capitale. Le ritenute su interessi e altri redditi di capitale salgono a 18,3 miliardi (+2,4 miliardi), le imposte sostitutive su plusvalenze e redditi finanziari raggiungono 3,2 miliardi (+1,76 miliardi), mentre l’imposta sul valore dell’attivo dei fondi pensione cresce fino a 1,5 miliardi, segnando uno degli aumenti più marcati del periodo.
Per Paolo Longobardi, presidente di Unimpresa, «i dati sulle tasse 2025 restituiscono un messaggio chiaro e incoraggiante: quando l’economia riparte, anche il gettito pubblico cresce, senza bisogno di aumentare la pressione fiscale. L’aumento complessivo delle entrate, trainato da Iva, imposta di bollo e altre imposte indirette, è la conseguenza diretta di consumi più solidi, maggiori transazioni e di un sistema economico che torna a muoversi. Allo stesso tempo, il calo di Irpef e Ires conferma l’impatto delle riduzioni fiscali introdotte su lavoro e imprese, che hanno alleggerito il carico su chi produce e crea occupazione. Questi numeri dimostrano che meno tasse su lavoro e imprese non significano meno entrate per lo Stato, ma al contrario possono generare un effetto virtuoso: più redditi disponibili, più investimenti, più consumi e, alla fine, un gettito più ampio e più solido».
Per questo, secondo Longobardi, «il governo Meloni è chiamato ora a fare un passo ulteriore, rendendo strutturali e più incisivi gli interventi di riduzione fiscale. I dati dimostrano che la strada è quella giusta: sostenere l’economia reale conviene non solo alle imprese e ai lavoratori, ma anche ai conti pubblici e alla stabilità finanziaria del Paese».
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