Tasse ambientali: nel 2024 ammontavano a 61 mld (2,8% del Pil)

Studio dell’Osservatorio conti pubblici italiani che analizza l’impatto sull’economia di questa tassazione che colpisce in particolare l’energia, rendendola più casa.

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Tasse ambientali

A quanto ammontano le tasse ambientali che gravano su famiglie e imprese? A questa domanda risponde uno studio dell’Osservatorio conti pubblici italiani curato da Enrico Franzetti, secondo cui nel 2024 il gettito delle imposte ambientali, quelle volte a ridurre le attività inquinanti, in Italia ammontava a 61 miliardi di euro (2,8% del Pil), proveniente soprattutto dalle accise sui carburanti e dalle imposte sull’energia elettrica. Dal 3,8% nel 2014 il gettito è sceso per la diffusione di fonti meno inquinanti e per gli interventi di detassazione in risposta alla crisi energetica. La tassazione ambientale in Italia supera la media UE (2% del Pil), ma l’impatto di queste imposte è in parte compensato dai sussidi ambientalmente dannosi, che nel 2022 valevano 24 miliardi.

L’articolo 30 del disegno di Legge di Bilancio 2026 prevede di eguagliare le accise di benzina e gasolio, realizzando in anticipo il pareggio previsto da un decreto legislativo dello scorso marzo. Alla luce di questa novità, Franzetti analizza l’imposizione volta a migliorare l’ambiente in Italia, la sua evoluzione nel tempo e il confronto con quella degli altri Paesi UE.

Le imposte ambientali in Italia

Il concetto di imposte ambientali è stato introdotto dalla Commissione Europea per identificare le imposte volte a limitare attività dannose per l’ambiente. Queste imposte fanno parte degli strumentidi mercato” (market-based) per orientare i comportamenti di imprese e consumatori attraverso incentivi finanziari. L’imposta aumenta i costi dell’attività inquinante, scoraggiandola. In Italia, nel 2024 esistevano 20 imposte ambientali (Tav. 1), per un gettito di 60,6 miliardi di euro (2,8 del Pil), 31,1 a carico delle famiglie e 28,4 delle imprese.

Tasse ambientali

Il 79% del gettito (48 miliardi) riguarda la voce Energia. Le imposte sui trasporti valgono 11,9 miliardi (19,4% del gettito), mentre quelle sull’inquinamento e per la gestione delle risorse naturali ammontano a soli 790 milioni (1,3%). L’87% del gettito proviene da cinque voci:

L’imposta su oli minerali e derivati (26,2 miliardi), che include le accise su benzina, gasolio e altri prodotti energetici.

L’imposta sull’energia elettrica (13,8 miliardi), che comprende l’accisa sull’energia elettrica e gli oneri di sistema per incentivare la produzione da fonti rinnovabili.

I proventi da utilizzo dei permessi di emissione EU-ETS (3,6 miliardi), il sistema cap and trade basato sulla fissazione di un tetto alle emissioni.

L’imposta sul gas metano (3,5 miliardi).

Le tasse automobilistiche sulle famiglie, cioè il “bollo auto” (5,8 miliardi).

Il gettito ambientale è rimasto a lungo vicino al 3% del Pil, con un leggero calo nel 2008 per la minore domanda di energia dovuta alla crisi. Tra il 2009 e il 2014 il rapporto sale al 3,8%, per l’aumento degli oneri di sistema a sostegno delle rinnovabili. Negli anni successivi il rapporto cala, perché il passaggio a fonti sostenibili riduce la base imponibile di queste imposte. Il calo del 2022 è dovuto alle misure contro la crisi energetica, cioè la riduzione delle accise sui carburanti e gli oneri di sistema sull’energia elettrica (quest’ultima misura prorogata al primo trimestre 2023). Nel 2024 il gettito ambientale aumenta al 2,8% del Pil, per il ritorno ai livelli pre-crisi degli oneri di sistema.

Il gettito in percentuale delle entrate totali mostra un andamento simile: dall’8% nel 2014 scende fino al 5,9% nel 2024.

All’interno delle imposte ambientali, svolgono un ruolo particolare quelle il cui gettito è destinato a finanziare espressamente politiche verdi (imposte per finalità ambientali). Queste imposte “di scopo”, tra cui gli oneri per la produzione da fonti rinnovabili (destinati direttamente ai produttori) e l’imposta per depositare rifiuti in discarica (“l’ecotassa”), si riducono dal 23% del totale nel 2016 al 15% nel 2024.

Le tasse ambientali pesano, rispetto al valore aggiunto del settore, in modo più marcato per l’industria estrattiva (8,8%) e la fornitura di energia (6,3%). Nei servizi, invece, il peso è minimo (0,9%), perché le attività relative generano poche emissioni.

Nella classifica dei Paesi europei per peso delle imposte ambientali, l’Italia era all’ottavo posto nel 2023 (ultimo anno per cui si hanno dati confrontabili), sopra la media UE. Siamo arretrati rispetto al 2014, quando eravamo al quinto posto. Dal 2014 il rapporto è calato in tutti i Paesi, tranne la Bulgaria, per le misure adottate contro la crisi energetica del 2022 e per il graduale passaggio alle energie rinnovabili. Le imposte ambientali infatti, quando efficaci, riducono le attività inquinanti, erodendo la propria base imponibile e gettito.

Effetti delle imposte ambientali

Le tasse ambientali, e in particolare quelle sui combustibili, possono ridurre le emissioni in atmosfera, influenzando le scelte di produttori e consumatori aumentando i costi legati al consumo di prodotti inquinanti. In effetti, l’intensità di emissione del valore aggiunto, cioè le tonnellate di CO2 equivalente per milione di euro di valore aggiunto generato, è scesa da 311 tonnellate nel 2008 a 153 nel 2023.

La riduzione è stata particolarmente forte nel settore della fornitura di energia, da 4.800 a 1.800 tonnellate di CO2 equivalente tra il 2014 e il 2023. In generale, l’intensità di emissione è diminuita in tutti i settori tranne nell’industria estrattiva, dove è aumentata.

L’impatto delle tasse ambientali è però attenuato dalla presenza di altre misure che agiscono in senso opposto. In particolare, i sussidi ambientalmente dannosi (SAD) incentivano l’uso di combustibili fossili. Secondo l’ultimo Catalogo, nel 2022 erano in vigore 55 SAD, per circa 24 miliardi. La coesistenza di imposte e sussidi ambientali con effetti opposti limita l’efficacia delle politiche verdi.

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