Per le tasse nel mondo esiste chi è più equale degli altri, legittimato a pagare un pugno di quattrini per mettersi legalmente in regola a fronte di una miriade di imprese, partite Iva e professionisti letteralmente spremuti dal fisco: è quanto accade nel confronto realizzato dall’Ufficio studi della Cgia sulle tasse effettivamente pagate tra un’impresa italiana e un gigante del mondo del “Big Tech”.
Secondo la Cgia, i colossi del “Big Tech” continuano a macinare profitti miliardari, “scaricando” sulle piccole e medie imprese nazionali il peso fiscale che loro eludono in agilità. Molti di questi giganti continuano a spostare i propri profitti verso i Paesi a fiscalità di vantaggio, lasciando a bocca asciutta tanti paesi, come l’Italia, con una disinvoltura inaudita.
I numeri, quelli che nessuno dovrebbe ignorare, sono spietati. Mentre le imprese italiane — quelle che ogni mattina alzano le serrande, che assumono, che investono e che resistono – registrano un “tax rate” del 31,9%, le prime 25 multinazionali del “Big tech” attive nel mondo (Amazon.com, Alphabet, Microsoft, Meta Platforms, JD.com, Tencent Holdings, IBM (Software), Oracle, PDD Holdings, Meituan, Uber Technologies, Salesforce.com, SAP, Coupang, Didi Global, Booking Holdings, Adobe, Mercadolibre, Automatiuc data Processing, Baidu, Kuaishou Technology, Sea, Intuit e Spotify Technology), secondo i dati dell’Area Studi di Mediobanca, presentano un’aliquota fiscale media pari al 14,8%: praticamente meno della metà.
Certo, qualcuno si affretterà a segnalare i limiti metodologici di questa comparazione e la mancanza di rigore scientifico. Giusto. Ma nessun aspetto tecnico può oscurare la sostanza di quello che emerge: anni di elusione sistematica hanno scavato un fossato enorme tra chi le tasse le paga e chi le aggira, magari pure sfruttando illegittimamente il lavoro altrui coperto da diritto d’autore, grazie a un sistema internazionale che non ha ancora trovato né la volontà né il coraggio di fermare queste operazioni discutibilissime.
Spesso quando una multinazionale lavora in diversi Paesi incrementa “fittiziamente” i costi delle controllate in quelle nazioni dove il carico fiscale è elevato (come l’Italia o la Francia). Così facendo, abbassa gli utili, spostando la gran parte dei profitti nelle filiali ubicate nelle realtà (come i Paesi Bassi, l’Irlanda, il Lussemburgo o il Delaware, etc.) che presentano livelli di tassazione molto vantaggiosi. Grazie a questa operazione elusiva, la quasi totalità delle “Big Tech” (e non solo) dichiara una quota importante del loro utile totale nei Paesi dove si pagano pochissime tasse.
Nel 2024, ultimo dato disponibile, le prime 25 “Big tech” presenti nel mondo hanno realizzato un utile ante imposte pari a 503 miliardi di euro, versando, complessivamente, 74,3 miliardi di euro di tasse. Pertanto, il tax rate è stato del 14,8%. Le imprese italiane, invece, nel 2023 hanno realizzato un utile di 322 miliardi che ha determinato un versamento all’erario nazionale di 102,6 miliardi di euro di imposte, facendo così salire il “tax rate” al 32%. Un’ aliquota fiscale più che doppia di quella toccata dai giganti mondiali del web.
A ciò s’aggiunge la sostanziale impunità fiscale estorta dall’amministrazione Trump alle aziende durante il G7 svoltosi in Canada nel giugno 2025: gli Stati Uniti hanno chiesto e ottenuto un’esenzione fiscale a favore delle proprie grandi aziende, mettendo così a rischio anni di sforzi compiuti dai governi delle principali economie mondiali per introdurre una tassazione minima uniforme sulle multinazionali su scala globale. Il riferimento è alla Global minimum tax (Gmt), la tassa minima globale concepita per contrastare l’elusione fiscale messa in atto dalle grandi corporation che, operando in numerosi paesi tramite filiali/controllate, tendono a localizzare i propri profitti nelle giurisdizioni con il regime fiscale più vantaggioso. L’esenzione riguarda le imprese statunitensi — a partire dalle “Big Tech”, ma estendendosi a tutte le società americane coinvolte — vanificando così l’intesa faticosamente raggiunta nel 2021 dal G20, nella sua versione allargata a 147 paesi.
Tenendo presente che la maggior parte delle multinazionali mondiali ha sede negli Usa e in Cina, dopo che l’Amministrazione americana ha scongiurato l’ipotesi che l’Ocse estendesse la Gmt alle imprese Usa e – ricordando – che quelle ubicate in Cina non aderiscono a questa Organizzazione, la Gmt finirebbe di fatto per applicarsi solo, o quasi, alle grandi multinazionali europee, in una sorta di gigantesco autodafé. Per questo l’UE sta lavorando all’introduzione di una Digital service tax (Dst) a livello continentale; provvedimento, quest’ultimo, duramente osteggiato nelle scorse settimane dal presidente Trump, che ha minacciato, in caso di approvazione, di raddoppiare i dazi sui prodotti europei, anche se già ora 8 paesi UE questa tassa l’applicano già, tra cui l’Italia, che incassa 455 milioni di euro l’anno e che pensa di innalzare l’attuale aliquota dal 3 al 5% anche per indennizzare gli autori di contenuti coperti da diritto d’autore continuamente ed impunemente saccheggiati proprio dalle piattaforme digitali del “Big Tech”.
Per evitare di fare la figura dei gonzi, negli ultimi anni anche molti grandi gruppi italiani hanno spostato all’estero la sede legale o fiscale, talvolta limitandosi a una controllata con destinazione preferita i Paesi Bassi, paese che offre una legislazione societaria molto favorevole, perché consente agli azionisti storici di avere doppio voto in assemblea, un meccanismo che blinda l’azienda da eventuali scalate straniere anche con una ridotta quota di azioni, oltre ad un fisco generoso verso le grandi aziende disposte a trasferire lì la propria sede fiscale, spesso concretizzata in una casella postale. Operazioni del tutto legittime, sul piano fiscale e societario. Ma con un effetto collaterale tutt’altro che neutro, perché si riduce la base imponibile in Italia, e a farne le spese sono soprattutto le piccole e piccolissime imprese che, a differenza dei grandi gruppi, non hanno certo la possibilità di fare fagotto e trasferirsi altrove.

In Italia, sotto il profilo fiscale, non è un paese unitario, ma articolato in 21 diversi territori, tra quelli più esosi guidati dal Lazio con il 33,4% di tassazione, incalzato da Friuli Venezia Giulia e Liguria al 32,9% e dalle Marche al 32,6%. Sul fronte opposto, le regioni fiscalmente meno pesanti, si piazzano il Trentino al 29,9%, la Basilicata al 30,1% e alla Sardegna al 30,3%, con una maggiore tassazione rispetto alle aliquote pagate dalle “Big tech” variabile dal 15,1% al 18,6%.
Per rimanere sempre aggiornati con le ultime notizie di “Dario d’Italia”, iscrivetevi al canale Telegram per non perdere i lanci e consultate i canali social della Testata.
Telegram
https://www.linkedin.com/company/diarioditalia
https://www.facebook.com/diarioditalia
© Riproduzione Riservata






































