Mentre scatta il dimezzamento del taglio delle accise sul gasolio deciso dal governo Meloni, il caro carburanti torna a crescere per l’aumento delle quotazioni internazionali del petrolio con riflessi sui prezzi di benzina e diesel alla pompa.
Il 16 settembre, il Consiglio dei ministri aveva prorogato il taglio delle accise sul gasolio, ma lo aveva ridotto: da 17 centesimi al litro, era sceso a 12,2 centesimi dal 18 al 25 settembre, e a 6,1 centesimi dal 26 settembre al 5 ottobre, con l’azzeramento oltre tale data.
L’Unione nazionale consumatori calcola che «il gasolio salirà domani da 2,421 euro al litro a 2,482 in autostrada, mentre nella rete stradale passerà da 2,338 a 2,399 euro al litro, con un rincaro giornaliero del 2,6%». «Per gli automobilisti si tratta di un aumento netto da 3 euro a pieno», scrive il Codacons.
A raffreddare gli allarmi dei consumatori dell’ulteriore caro carburanti è arrivato l’annuncio a sorpresa di Eni. Il colosso italiano dell’energia, il cui controllo è pubblico, che ha fissato un limite massimo (price cap) al prezzo dei carburanti commercializzati da Enilive, pari a 2,19 euro al litro per il gasolio e a 1,99 euro al litro per la benzina. Il “price cap” «sarà applicato a partire dal 28 settembre, per una durata iniziale di 30 giorni, con possibilità di estensione fino alla fine dell’anno».
Un annuncio salutato positivamente dalla politica e dai consumatori. Per il Codacons, il “price cap” dell’Eni «determinerà un risparmio da 10,4 euro su un pieno di gasolio e di 11,2 euro per un pieno di benzina». «Non possiamo che essere contenti che società quotate in Borsa facciano più di quanto faccia la politica», ha commentato Unc. E Assoutenti ha aggiunto: «”Il governo intervenga fissando per legge un “price cap” temporaneo».
L’annuncio della calmierazione dei prezzi da parte di Eni non ha ancora avuto riflessi sulla concorrenza, con il risultato che da lunedì 28 settembre le stazioni Eni potrebbero registrare file alle pompe, lasciando deserti gli altri impianti a fronte di una differenza di prezzo che è di circa 20 centesimi al litro, tutt’altro che trascurabile.
Parte della responsabilità del caro carburanti pare essere legato alla scarsità di prodotti raffinati, a partire dal gasolio. I ministri delle Imprese, Adolfo Urso, e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, hanno convocato per giovedì 8 ottobre le società che gestiscono le 10 raffinerie italiane e le 3 bioraffinerie. Oltre all’Unem (Unione energie per la mobilità), siederanno intorno a un tavolo i rappresentanti di Sonatrach, Socar-IP, Iplom, KPI, Alma Petroli, Ludoil/Isab, la stessa Eni, Saras e Innovhub. L’obiettivo, spiegano, è «valutare come le raffinerie nazionali possano aumentare la produzione dei principali prodotti».
Il problema del caro carburanti origina, oltre che dalle quotazioni internazionali del greggio, anche dalle politiche europee che con il “Green Deal” hanno depotenziato gli investimenti continentali sulla raffinazione nel presupposto che l’elettrificazione della mobilità terrestre, aerea e navale potesse soppiantare con uno schiocco di dita i carburanti fossili. Ma così non è stato e l’Europa si è sempre più legata alle importazioni dall’estero di prodotti raffinati, aumentando il rischio geopolitico sulle forniture, vuoi per conflitti, vuoi per le ubbie dei governanti di turno che agiscono sui prodotti energetici come fossero delle armi non convenzionali.
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