Non c’è pace per Volkswagen e la crisi automotive innescata dallo scandalo “Dieselgate” con una politica europea miope, incompetente, arruffona e demagogica che ha risposto affondando il motore termico per quello elettrico, innescando un gigantesco gioco di domino che sta squassando la prima filiera manifatturiera europea a vantaggio dell’ingresso in forza dell’auto “made in Cina”, con decine di fabbriche già chiuse e oltre un milione di posti di lavoro già persi sia nelle case automobilistiche europee che nelle fabbriche della subfornitura.
Volkswagen ha annunciato crollo dell’utile trimestrale di quasi il 33% a 1,54 miliardi di euro. Un dato che non sorprende viste le difficoltà in cui versa il settore dell’automotive in Europa, alle prese con l’avanzata dei marchi cinesi e con la difficile transizione verso l’elettrico. Nei primi 6 mesi 2026, il gruppo ha realizzato un fatturato in calo dello 0,2% a 158,1 miliardi di euro, quasi in linea con l’analogo periodo precedente, ma le vendite sono scese dell’8,4% a 4 milioni di veicoli e l’utile operativo ha perso l’11,6% a 5,9 miliardi. In crescita però sia la generazione di cassa a 3,2 miliardi di euro, 1,3 mld in più rispetto all’analogo periodo precedente, sia il portafoglio ordini, salito di circa il 12%, spinto dalla domanda di auto elettriche, salita di oltre il 50%, fino a superare il 30% dei veicoli venduti.
In Borsa il titolo è crollato di oltre il 30% da inizio anno e le stime per l’intero esercizio 2026 Wolfsburg prevede un calo del fatturato fino al 3%, a fronte di stime che indicavano una crescita fino al 3%. A cascata il flusso di cassa è previsto fra 3 e 6 miliardi di euro, con una liquidità netta del settore auto compresa tra 32 e 34 miliardi, al di sotto dei 34,5 miliardi di fine 2025.
Numeri e stime che hanno indotto l’amministratore delegato Oliver Blume ad annunciare un piano di tagli drastici entro la fine dell’anno, con la previsione di chiudere 4 stabilimenti e di tagliare 50.000 posti di lavoro in più rispetto agli altrettanti già concordati con i sindacati, su un totale di 657.000 dipendenti. Altri interventi dovrebbero riguardare la gamma di prodotto che andrebbe verso una drastica semplificazione dei modelli, concentrandosi su quelli più remunerativi, oltre a una riduzione delle varianti e delle possibilità di personalizzazione per ridurre i costi di produzione, soprattutto degli stabilimenti tedeschi che rischiano di perdere commesse e produzione a favore di quelli più efficienti del gruppo esistenti in Ungheria e in Slovacchia.
Per rimanere sempre aggiornati con le ultime notizie di “Dario d’Italia”, iscrivetevi al canale Telegram per non perdere i lanci e consultate i canali social della Testata.
Telegram
https://www.linkedin.com/company/diarioditalia
https://www.facebook.com/diarioditalia
© Riproduzione Riservata






































