A dicembre le immatricolazioni di auto in Italia sono state 105.715 con un calo del 4,9% su dicembre 2023, mentre su base annua sono state invece 1.558.704 con un calo dello 0,5% sul 2023, ma di ben sotto del 18,7% sul 2019, cioè sull’anno che ha preceduto la pandemia e al cui livello il mercato auto italiano non riesce a ritornare nonostante che il Pil abbia già raggiunto e superato il livello del 2019.
Non conforta certo il fatto che la situazione delle immatricolazioni auto Italia non differisca significativamente da quella dell’Unione Europea i cui dati definitivi verranno resi noti a metà gennaio, ma che farà registrare un calo sul 2019 sostanzialmente analogo a quello italiano, come sostanzialmente analoghe sono le cause che hanno determinato questa situazione e che sono da ricercarsi nella politica dell’Unione Europea per la transizione energetica.
E per il 2025 le cose potrebbero pure peggiorare stando all’indagine svolta dal Centro studi Promotor sui concessionari, i quali a fine dicembre soltanto il 4% degli intervistati giudica alta l’acquisizione di ordini, mentre per l’80% l’acquisizione è stata su bassi livelli e soltanto per il 16% è stata su livelli normali. L’inchiesta del CSP prevede che nei prossimi tre/quattro mesi le vendite di autovetture aumenteranno soltanto per il 14% dei concessionari interpellati, mentre per il 38% il mercato rimarrà stabile e per il restante 48% sarà in calo.
Da parte degli importatori esteri, si getta la croce della crisi delle immatricolazioni auto Italia sulla politica incapace di sostenere l’auto elettrica, nonostante il bagno di sangue di denaro pubblico: «non possiamo accettare che una politica frammentaria e scoordinata, a livello sia europeo che italiano, si trasformi in un peso economico così penalizzante per i costruttori – dichiara il presidente di Unrae, Michele Crisci -. Non possiamo non sottolineare con forza come la carenza e la disomogeneità degli strumenti incentivanti, della fiscalità sull’auto e della disponibilità di infrastrutture adeguate abbiano evidentemente frenato il mercato in relazione allo sviluppo atteso delle nuove tecnologie a zero e bassissime emissioni».
La filiera italiana punta l’attenzione sulla particolare situazione nazionale, «unico Paese con un divario enorme tra i veicoli venduti e quelli prodotti a livello nazionale. Ci aspettiamo – dice il presidente Roberto Vavassori – un 2025 ancora difficile ed incerto su entrambi i fronti, mercato e produzione, mentre l’attesa per il 2026 – anche grazie ai risultati del Tavolo sviluppo automotive al Mimit – è di ridurre finalmente questo divario, tra un mercato che vogliamo torni ad essere tonico e una produzione che dovrà soddisfare un maggior grado le richieste del mercato stesso, con veicoli e componenti prodotti in Italia».
Anche Vavassori punta il dito della responsabilità sulle scellerate scelte politiche europee: «sul versante europeo, è necessaria una revisione urgente del percorso che porterà al 2035 e oltre, e, da questa prospettiva, supportiamo fortemente il lavoro del governo con il non–paper del Mimit e il lavoro di ACEA e CLEPA per modificare in chiave di flessibilità e neutralità tecnologica l’attuale normativa».
Dal fronte dei concessionari italiani di Federauto si lamenta un «2024 in altalena – influenzato da una politica di incentivi tardiva e occasionale – il risultato finale è quello che abbiamo davanti agli occhi. La struttura delle vendite mostra che vanno bene solo le ibride, mentre le elettriche a spina segnano una fortissima difficoltà a crescere che sarebbe anche maggiore se non fosse per le auto immatricolazioni dei concessionari, spesso vincolate dai costruttori – commenta il presidente Massimo Artusi -. Alla fine, gli effetti degli incentivi sono stati di fatto più che azzerati a fine anno, proprio perché – arrivati in ritardo e isolati da una revisione complessiva della politica per l’auto – hanno contribuito a disorientare il mercato più che a sostenerlo. L’effetto attesa dell’ecobonus, come al solito, prima ha frenato il mercato poi lo ha improvvisamente e per poco tempo dilatato, suscitando qualche illusione».
Artusi punta dritto sull’eccessiva fiscalità gravante sull’auto aziendale italiana: «più che gli incentivi, serve una politica fiscale sull’auto equa e condivisa, che metta ordine nella giungla delle imposizioni che gravano sugli autoveicoli e ridistribuisca più razionalmente il carico fiscale».
E, a testimonianza delle difficoltà del mercato Italia, Artusi ricorda come «negli ultimi tre giorni di dicembre 2024 è stato immatricolato il 29,7% del totale mercato» proprio per fare volumi che andranno poi a rinfoltire le “km zero”.
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