A gennaio 2026 sono state immatricolate 141.980 autovetture nuove con una crescita del mercato auto Italia del 6,2% su gennaio 2025 e con un calo del 14,1% sul corrispondente livello ante-crisi, cioè su gennaio 2019. Il risultato di gennaio è positivo, ma si deve considerare che è stato influenzato anche dagli incentivi all’acquisto di auto elettriche prenotati dal 22 ottobre e relativi a 55.680 autovetture elettriche, che in parte sono state immatricolate anche in novembre, in dicembre e in gennaio e avranno un modesto impatto positivo anche sulle immatricolazioni dei prossimi due o tre mesi, stima il Centro studi Promotor.
Per quanto riguarda il dato di gennaio, la quota delle immatricolazioni di auto elettriche è stata del 6,6% che corrisponde a 9.370 vetture. Gli incentivi stanno dunque dando il loro contributo, ma va anche detto che il loro apporto è modesto e che se si riuscisse a mantenere il tasso di crescita di gennaio (+6,2%) per tutto l’anno il volume di immatricolazioni per l’intero 2026 sarebbe di 1.620.000 unità. Un livello infimo se si considera che le immatricolazioni in Italia nel 2007 erano state 2.494.115, per piombare nel 2013 a 1.304.842 per gli effetti del fallimento di Lehman Brother, per sfiorare i due milioni nel 2017 e passare poi a 1.917.106 nel 2019, cioè nell’anno precedente la pandemia da coronavirus e che è il livello che si dovrebbe superare per ritornare ad una situazione di quasi normalità, ma questa meta appare ancora lontana.
E non si può certo pensare che il livello quantitativo a cui si è ridotto il mercato auto Italia sia dovuto ad una disaffezione della popolazione nazionale nei confronti dell’automobile. I dati non raccontano una storia di disaffezione, ma una storia di grande interesse per l’automobile. Nel 2000 le autovetture circolanti erano 32.583.815, nel 2024 (ultimo dato disponibile) sono salite a 41.340.516 unità (+26,9%). Come è stata possibile questa crescita con livelli di immatricolazioni così depressi? La risposta è semplice: per il presidente del CSP, Gian Primo Quagliano, «si sono tenute in esercizio autovetture che in altri tempi sarebbero state da tempo rottamate e che sono pericolose per la gente in quanto meno sicure e fortemente inquinanti. E per uscire da questa situazione un grande aiuto potrebbe venire da un piano dell’Unione europea per l’auto che tenesse conto non solo delle sacrosante esigenze ambientali, ma anche del sacrosanto dovere di tutelare la sicurezza dei cittadini e del sacrosanto dovere di ridare un posto di lavoro alla moltitudine di operai ed impiegati del settore che lo hanno perso» sotto la spinta del Green Deal che ha fatto chiudere centinaia di fabbriche, specie nella componentistica, e decine di migliaia di posti di lavoro.
Per il presidente di Anfia, la filiera italiana automotive, Roberto Vavassori, «il primo significativo recupero del mercato auto Italia è dovuto anche grazie al lancio di nuovi modelli prodotti nel Paese e all’implementazione delle misure di sostegno previste dal Fondo automotive del Mimit».
Scettico sulla risposta del mercato il fronte dei concessionari: per il presidente di Federauto, Massimo Artusi, «la chiusura del mese di gennaio in territorio positivo non deve indurre a pensare ad una inversione di tendenza. In un mercato in cui il canale dei privati continua ad offrire segnali di cedimento a cui si aggiungono le auto immatricolazioni dei concessionari: la prudenza è d’obbligo, in quanto il canale principale, quello dei dealer, è in crisi e non sembra che in tempi brevi possa avviare un recupero. Occorre smettere di demonizzare l’auto, che resta un potente strumento di libertà personale, adeguare le normative fiscali alle migliori pratiche europee e promuovere il sistema distributivo per l’importante ruolo che svolge».
Federauto «appoggia l’azione del ministro alle Imprese, Adolfo Urso, e del governo italiano in sede europea con l’auspicio di una fase emendativa del piano automotive proposto dalla Commissione Ue da parte del Parlamento europeo e del Consiglio europeo, in grado di rimuovere ogni possibile effetto distorsivo, regolamentare e di mercato, che limiti il principio di “neutralità tecnologica”, ferme restando le intenzioni di tutti i dealer italiani di continuare a investire ingenti risorse per decarbonizzare concretamente la filiera dell’automotive».
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