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Corte dei Conti, richiamo al governo Meloni a una politica di spesa rigorosa

«Con margini stretti rigore sulle priorità di spesa». «L'82% dell'Irpef su dipendenti e pensionati». Agire sulle esenzioni e agevolazioni fiscali che ammontano a 119 miliardi di mancato gettito.

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La Corte dei Conti nella cerimonia del Giudizio di parificazione del Rendiconto generale dello Stato tiene ben stretta la cintura di castità dei conti pubblici mettendo qualche punto fermo nella politica di bilancio del governo Meloni, specie in vista dell’allestimento della manovra 2027, quella dell’anno elettorale delle Politiche e di molte amministrazioni comunali, richiamando la politica ad un ferreo controllo della spesa, individuando priorità nell’azione di governo.

Per i magistrati contabili l’imperativo resta quello di garantire da un lato il «controllo sui conti pubblici» e, dall’altro, «una più attenta selezione degli interventi da avviare». Ma con l’assottigliarsi dei margini di bilancio, diventa ancor più necessaria una «rigorosa ridefinizione delle priorità di spesa».

La Corte dei Conti lancia un monito al governo, che tra pochi mesi si troverà alle prese con la quinta e ultima legge di bilancio della legislatura. In un contesto peraltro di instabilità che espone il Paese a «fortissimi rischi esogeni» e che – avverte la Magistratura contabile – potrebbe «rendere necessarie revisioni significative degli scenari economici in tempi brevi».

Un quadro ben noto al ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che torna a ribadire come la sicurezza economico-finanziaria sia ormai diventata «una questione di sicurezza nazionale». Oggi i conflitti hanno superato la «dimensione esclusivamente militare»: «si combattono sul terreno economico, finanziario e tecnologico», sono «meno evidenti ma altrettanto pericolosi» e in grado di ripercuotersi direttamente sulle tasche dei cittadini. E in questo contesto, osserva, «la vera forza di un paese si misurerà sempre di più» sulla sua «capacità di assorbire una crisi economica o shock energetici senza crollare».

Per il presidente della Corte dei Conti, Guido Carlino, «l’equilibrio di bilancio è strettamente connesso alla realizzazione del buon andamento della pubblica amministrazione», che presuppone un’azione «improntata a un concetto di legalità sostanziale». La Corte certifica un quadro macroeconomico di finanza pubblica caratterizzato dal «consolidamento dei conti». E se il deficit 2025 si è collocato al 3,1%, un po’ al di sopra delle previsioni, è per «l’emersione in gran parte inattesa di nuovi crediti edilizi legittimati dalla legislazione previgente sul Superbonus 110%», osserva la Magistratura contabile, allineandosi così alla posizione del governo Meloni sconfessando Giuseppi Conte che insiste ad affermare il contrario.

La Corte dei Conti segnala invece criticità sulla riforma fiscale: «permangono alcuni aspetti da definire», come «la revisione organica delle spese fiscali, stimate complessivamente in circa 119 miliardi di mancato gettito (5,3% del Pil)» e «il mancato perseguimento dell’equità orizzontale nell’Irpef, con l’imposta che continua a gravare quasi esclusivamente sui redditi da lavoro dipendente e da pensione (82%)». «L’esame dei regimi tributari e del gettito evidenzia la progressiva erosione della base imponibile dell’imposta sul reddito delle persone fisiche per effetto dell’espansione dei regimi sostitutivi e forfettari».

Secondo la Magistratura contabile, «il regime forfettario per i titolari di partita Iva ha raggiunto oltre due milioni di beneficiari, con un costo stimato in termini di minor gettito di circa 3,4 miliardi per il 2025, sensibilmente superiore alle previsioni originarie, e con una progressiva crescita dei soggetti che si avvalgono del regime che è pari al 24,7% rispetto al 2019».

Attenzione anche sull’imposta sui servizi digitali che «ha consolidato la sua traiettoria espansiva (+40,1%), attestandosi a 637 milioni, mentre la global minimum tax, al suo primo anno di applicazione, ha generato un gettito effettivo di soli 46 milioni a fronte di una previsione di 381 milioni».

In relazione poi all’attività dell’Agenzia delle entrate, si rileva che «il gettito spontaneo relativo ai principali tributi si è attestato a 595,8 miliardi, in crescita del 2,8% rispetto al 2024, con un incremento complessivo di 51,8 miliardi nel triennio 2023-2025».

A preoccupare poi sono le politiche per la sanità e la scuola. Il procuratore generale Pio Silvestri richiama il principio sancito dalla Corte costituzionale per sottolineare che alle spese sociali e per la salute, considerate «incomprimibili», va riconosciuta una «preferenza qualitativa»: quindi i tagli, è il monito, devono partire da altre voci. Il problema del sistema sanitario nazionale è la «crisi del personale», avverte la Corte, che sollecita ad «investire sul capitale umano», migliorando salari e condizioni, che spesso portano a preferire il privato.

Di problemi analoghi soffre anche l’istruzione, sottolinea la Corte, preoccupata soprattutto dal «definanziamento dell’intero settore» serve un «cambio di passo», con «investimenti mirati», si raccomanda, per riportare «la scuola pubblica ad essere motore di crescita e presidio di coesione ed inclusione sociale».

Faro puntato anche sul Pnrr, ormai a ridosso della scadenza. Sul fronte delle opere il Piano avanza «senza ulteriori rallentamenti», ma anche «senza recuperare i ritardi già accumulati». Resta inoltre «rilevante» la quota di spesa «destinata a slittare oltre il 2026»: circa 24,2 miliardi riferiti a 66 misure, «pari a poco meno del 40% della dotazione delle misure interessate».

Nell’ultimo anno di legislatura, Giorgia Meloni avrebbe voluto lanciare una serie di proposte volte a favorire il consenso elettorale attorno alla sua maggioranza visto che con tutta probabilità si voterà per il rinnovo del Parlamento ad aprile 2027, visto che prima, pur potendo, il ricorso alle urne è impossibilitato dalla pletora di peones alla prima elezione che così mancherebbero l’incasso della pensione politica all’età dei 65 anni (o anche prima in caso di più legislature ricoperte). L’unica via che rimane, vista la già astronomica tassazione, è di agire sul fronte delle spese e, soprattutto, sui 119 miliardi di sconti e agevolazioni fiscali, consolidate e stratificatesi nel tempo, oggi probabilmente non del tutto giustificate da un reale interesse pubblico. Ecco, sforbiciare almeno una ventina di miliardi gli sconti fiscali libererebbe risorse per attuare una più seria riduzione delle tasse in capo a coloro che le pagano e tanto, spostando l’ingresso dell’aliquota massima allo stesso livello della flat tax, a 85.000 euro, magari limando anche dall’attuale 33% al 32% o al 31% il prelievo. E a chi strillerà che prima bisogna tagliare a coloro che già ora non pagano nulla e sono a carico di quel 30% di italiani che pagano persino troppo rispetto a quanto ottengono in cambio dallo Stato, si può tranquillamente dire che ora è il loro turno di stare a guardare e, magari, pure di iniziare a contribuire con qualcosa ai costi dello Stato e ai servizi che fino ad oggi ricevono senza contribuire.

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