Il deficit pubblico Italia scende, ma non abbastanza: secondo i dati preliminari resi noti dall’Istat, nel 2025 il Pil italiano è cresciuto dello 0,5%, in linea con le attese, ma il disavanzo si è fermato al 3,1%. Il livello è sì inferiore rispetto al 3,4% del 2024, ma non tale da garantire il rispetto del parametro del 3% del Patto di stabilità e l’uscita dell’Italia dalla procedura di infrazione europea. Almeno per ora, in attesa del dato definitivo.
A prezzi di mercato il prodotto italiano vale 2.258.049 milioni di euro, con un aumento del 2,5% rispetto al 2024. Il saldo primario è positivo e pari a 16.860 milioni di euro, con un’incidenza sul Pil pari a +0,7% (+0,5% nel 2024), soprattutto per la forte crescita delle entrate (+46,5 miliardi).
Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, si è infatti affrettato a chiarire che i numeri sul deficit pubblico Italia sono ancora provvisori e che la pubblicazione avviene prima della comunicazione ufficiale a Bruxelles. La causa del mancato raggiungimento dell’obiettivo di crescita sarebbe da ricercare nel «colpo di coda del Superbonus 110%», i cui effetti si farebbero sentire anche sul debito, cresciuto più delle aspettative, oltre il 137% del Pil.
Margini di revisione potrebbero ancora esserci con il dato definitivo, tanto che lo stesso Istituto di statistica ricorda che i dati saranno trasmessi ad Eurostat entro il 31 marzo e che il conto «è suscettibile di modifiche a conclusione del processo di notifica per deficit eccessivo, il 21 aprile 2026, se dovessero essere disponibili informazioni più aggiornate».
Anche la Commissione Ue non si sbilancia e prende tempo, affermando che valuterà la situazione del disavanzo dell’Italia nell’ambito del Pacchetto di primavera del Semestre europeo 2026, quindi all’inizio di giugno, «sulla base dei dati di consuntivo 2025».
E così sull’uscita dalla procedura (su cui anche Giorgia Meloni si era espressa lasciando trapelare un certo ottimismo) potrebbe non essere ancora detta l’ultima parola.
La partita in gioco è doppia ed ha un valore politico oltre che finanziario. Scendere sotto il fatidico parametro di Maastricht permetterebbe all’Italia di abbandonare la sorveglianza rafforzata della Commissione, ma anche di attivare la clausola di salvaguardia per la difesa prevista dalle nuove regole di bilancio europee. Il governo potrebbe così mantenere fede all’impegno delineato ad ottobre nell’ultimo Documento programmatico di finanza pubblica di investire a scopo militare 12 miliardi di euro in tre anni. Un impegno che anche l’Europa vorrebbe vedere rispettato.
A Roma però non mancano le critiche. L’opposizione non perde l’occasione e attacca il lavoro del Mef e di tutto il governo. Antonio Misiani, responsabile Economia del Pd, fa notare che senza gli investimenti finanziati dal Pnrr, «l’Italia avrebbe chiuso l’anno in recessione» e definisce «molto deludenti anche i dati sui conti pubblici». Il pentastellato Mario Turco insiste invece su un altro fattore non indifferente, quello della pressione fiscale: «oggi siamo al valore più alto degli ultimi 20 anni, secondo solo al picco registrato durante il Governo Monti». Il peso del fisco rispetto al Pil è effettivamente salito lo scorso anno al 43,1%, 0,7 punti in più rispetto al 2024. Il motivo, spiega l’Istat, sta nella crescita delle entrate fiscali e contributive superiore a quella del Pil a prezzi correnti.
Si concentra sulla pressione fiscale il vicepresidente di Italia Viva, Davide Faraone, citando il +0,7% rispetto al 2024, per una quota che sale a l 43,1% annuale: «livelli da record assoluto – spiega il deputato renziano -. A dispetto degli slogan sulla riduzione delle tasse con cui il centrodestra ci ha martellato per decenni, nel 2025 gli italiani hanno visto la pressione fiscale salire al 43,1%. Se a questo si aggiunge pure il livello dei carburanti in rialzo a febbraio, tutto questo per cittadini e imprese significa un salasso che nemmeno Dracula».
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