Congiunto, unanime e trasversale l’appello a una voce sola lanciato dalle tre associazioni industriali di Italia, Germania e Francia per chiedere una «revisione profonda» del sistema Ets che lo renda «più aderente» all’attuale realtà dell’industria europea.
La lettera di Confindustria, Medef e Bdi arriva sul tavolo del presidente Ursula von der Leyen mentre Bruxelles è impegnata negli ultimi ritocchi alla riforma del mercato europeo del carbonio, attesa il 17 luglio insieme a un più ampio pacchetto di misure sull’energia.
Costi «elevati dell’energia» e «pressione della concorrenza globale» muovono la richiesta di rivedere il mercato del carbonio che dal 2005 fissa un prezzo alla CO2 degli impianti di energia elettrica e termica, dell’industria manifatturiera, dei voli commerciali dentro l’Ue e dal 2024 anche il trasporto marittimo. L’imperativo per le tre associazioni industriali europee è «rivedere la riserva di stabilità» e «rafforzare il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (Cbam)», mantenendo le quote gratuite e i sistemi di compensazione dei costi Ets, destinando tutto il “tesoretto” complessivo dei ricavi agli investimenti nella decarbonizzazione.
L’appello degli industriali «è da recepire», sul sistema Ets serve «una riforma radicale, strutturale e organica, ispirata ai principi di equità, flessibilità e neutralità tecnologica», sottolinea il ministro delle Imprese, b.
«Il tema dell’Ets e il tema della tassa carbonica che mette fuori mercato e fuori competitività le nostre imprese – ha detto il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini -. Finalmente abbiamo firmato questo documento con Confindustria Francia e Germania. Leggo dichiarazioni di tutti i partiti dove si prende coscienza che i benchmark che sono stati messi sono una veramente una grande cavolata. Le aziende della ceramica hanno investito b miliardi negli ultimi 10 anni nella qualità dell’aria per le emissioni. E cosa abbiamo fatto? Gli abbiamo messo dei parametri tali che saranno costretti a andare, se continuiamo così, a produrre ceramica al di fuori dal nostro continente. Compriamo la ceramica o dall’India o dalla Cina, ammazzando le nostre produzioni – ha proseguito Orsini – abbiamo fatto un +63% di acquisto di ceramica cinese e un -20% di acquisto di ceramica europea in Europa l’anno scorso. È una roba da matti, solo perché stiamo mettendo un benchmark che è irraggiungibile».
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