Le istituzioni europee alzano il livello dello scontro con Google e le sue pratiche di stampo monopolistico. La Commissione europea ha imposto al colosso di Mountain View una serie di misure destinate a ridisegnare il funzionamento di due dei suoi prodotti più strategici: il motore di ricerca Google Search e Android con l’obiettivo di favorire la concorrenza e creare maggiori opportunità per gli operatori che sviluppano servizi di ricerca e soluzioni di intelligenza artificiale.
Il primo intervento riguarda Google Search. Da gennaio 2027 l’azienda dovrà condividere, secondo modalità definite dalla Commissione, una parte dei dati raccolti dal motore di ricerca con i concorrenti. Bruxelles precisa che le informazioni saranno anonimizzate, i beneficiari dovranno rispettare requisiti di sicurezza e riconoscere un corrispettivo economico a Google.
Sul fronte Android, Bruxelles chiede che gli assistenti di IA sviluppati da aziende terze possano operare con le stesse funzionalità oggi disponibili per Gemini, il servizio di Google. Una volta completato l’aggiornamento del sistema operativo, previsto entro dodici mesi, gli utenti potranno scegliere liberamente quale assistente utilizzare per i comandi vocali o per svolgere attività quotidiane, dalle prenotazioni alla ricerca di informazioni.
Per la vice presidente della Commissione, Henna Virkkunen, le misure favoriranno «innovazione e diversità» nei mercati degli assistenti IA per dispositivi Android e dei motori di ricerca. «Grazie a queste misure – ha sottolineato Virkkunen – speriamo di vedere emergere alternative a Google Search e ai servizi di IA di Google, come Gemini, e che gli utenti in Ue possano usufruire di una maggiore scelta di servizi».
Legnata su Google anche dalla Corte di giustizia dell’Ue che, interpellata dal Consiglio di Stato sul caso della sanzione da 750.000 euro inflitta nel 2022 dall’Agcom a Google per video che promuovevano il gioco d’azzardo online in violazione della normativa italiana, ha stabilito che Google può essere ritenuta responsabile per i video pubblicati su YouTube da un creatore di contenuti legato alla piattaforma da una partnership commerciale, qualora abbia esaminato il canale e i suoi contenuti prima di concludere l’accordo.
Dura la replica della società. Le decisioni adottate dall’Ue, afferma Google, rischiano di «compromettere misure di salvaguardia vitali per la privacy e la sicurezza di milioni di europei». Consentire a software di terze parti un accesso più ampio al sistema operativo, sostiene il gruppo, aumenterebbe i rischi di cybersicurezza. Anche la condivisione dei dati di Google Search potrebbe incidere sulla riservatezza delle informazioni, sulla tutela del know-how aziendale e persino sulla sicurezza nazionale.
La Commissione Ue respinge le accuse, assicurando di aver bilanciato apertura del mercato e protezione degli utenti. Il braccio di ferro non finisce qui. Secondo il Financial Times, Bruxelles è pronta a compiere un nuovo passo già nei prossimi giorni, con nuove sanzioni da centinaia di milioni di euro nel quadro del Dma. Le contestazioni riguarderebbero il presunto trattamento preferenziale riservato da Google ai propri servizi, come Shopping e Travel, nei risultati di ricerca e le regole del Play Store, che secondo la Commissione limitano la libertà degli sviluppatori di indirizzare gli utenti verso sistemi alternativi per download e pagamenti.
Per Google si tratta dell’ennesimo capitolo di un lungo confronto con l’Ue. Tra il 2017 e il 2019 Bruxelles ha già inflitto al gruppo oltre 8 miliardi di euro di sanzioni antitrust. Di recente, la Corte di giustizia dell’Ue ha inoltre confermato la multa da 4,1 miliardi di euro per le pratiche legate ad Android, accusato di aver favorito Google Search imponendone la preinstallazione sui dispositivi.
Quanto alla sentenza della Cgue, un portavoce di Google ha dichiarato «siamo delusi dalla decisione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, su cui avremo bisogno di ulteriore chiarezza. Sosterremo le nostre argomentazioni davanti al Consiglio di Stato».
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