Home Politica Il debito dei comuni in dissesto è a carico dello Stato

Il debito dei comuni in dissesto è a carico dello Stato

Assifact ribadisce la portata delle sentenze della Corte dei diritti dell’Uomo Ue. Bilancio statale a rischio di “bucone” dove Giorgetti ha già postato 2 miliardi, ma insufficiente.

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Fine d’anno con possibile, certo buco nei conti dello Stato a Manovra 2026 appena approvata, perché le diverse sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo, che impongono allo Stato italiano di farsi carico anche del debito di comuni in dissesto e falliti, accelerano i pagamenti in sospeso al comparto del factoring che vede così diminuire i suoi rischi e chiede quindi norme della vigilanza meno stringenti.

Assifact, l’associazione italiana per il factoring, rileva come nel 2025 il fenomeno abbia conosciuto un’accelerazione con numerose sentenze che hanno condannato lo Stato italiano a garantire il pagamento dei crediti vantati da imprese e intermediari, anche quando il debitore originario è un ente locale fallito o in dissesto.

«Se per i dissesti degli enti locali paga lo Stato – spiega Assifact – il rischio effettivo sulle esposizioni di factoring verso la pubblica amministrazione è, in realtà, ancora più contenuto rispetto al rischio connesso alle cessioni di crediti commerciali vantati verso imprese che già esprimono, dati alla mano, un livello di rischio inferiore del rischio tipico delle esposizioni finanziarie tradizionali». Anche per questo, la regolamentazione prudenziale deve riflettere questa differenza».

La serie di sentenze della corte Cedu sul debito dei comuni che Assifact elenca (come quelli verso il comune di Catania o di Montecorvino Pugliano) sta ristabilendo diritto ed equità quando le regole interne – dissesto, moratorie, gerarchie di pagamento – bloccano l’esecuzione di titoli certi, liquidi ed esigibili.

Anche la politica ha iniziato a muoversi con il decreto mirato e il fondo dedicato. Per far fronte agli obblighi derivanti dalle pronunce, il governo Meloni ha varato il DL 156/2025, che consente al ministero dell’Interno di erogare contributi fino a 40 milioni a favore dei comuni capoluogo di città metropolitana condannati per inadempimenti di pagamento in sede Cedu; è la leva che, insieme all’azione giudiziaria, ha consentito lo sblocco nel caso Catania-Banca Sistema. Parallelamente, la manovra 2026 introduce un “fondo sentenze” da 2 miliardi per fronteggiare gli impatti finanziari di decisioni nazionali ed europee, con prospettiva di strutturalità oltre il 2026. E che probabilmente andrà rimpinguato.

Si tratta, secondo Assifact, di due mosse utili, ma non sufficienti. In Italia i comuni in dissesto sono 105 e non tutti rientrano nel perimetro del decreto; numerosi enti e società partecipate (ex gestioni dei rifiuti, consorzi idrici e di bonifica) non sono coperti, pur essendo potenziali destinatari del principio Cedu secondo cui la responsabilità ultima ricade sullo Stato.

Sarebbe pertanto opportuno valutare un ampliamento del raggio d’azione del decreto legge. Per il factoring – ma soprattutto per le Pmi che smobilizzano crediti e per i fornitori della pubblica amministrazione – è il momento di completare il quadro con una regolamentazione proporzionata e una definizione stabile aderente alla realtà dei crediti commerciali. Non è una battaglia di settore, ma una leva per la competitività e la resilienza del sistema produttivo italiano. Con una regolamentazione più coerente con il rischio e semplificata, si liberano risorse che le imprese possono utilizzare per investimenti e occupazione.

Parimenti, il governo Meloni dovrebbe usare la mano pesante verso quegli amministratori di enti locali o di società di servizio che non sono all’altezza del loro mandato, contribuendo ad accumulare debiti su debiti fino a diventare ingestibili. Per tutti costoro deve essere prevista la responsabilità in solido per la malagestione e l’impossibilità di essere titolari di cariche ed incarichi pubblici o in società a capitale interamente o parzialmente pubblico per 10 anni. Altrimenti, l’incapacità e il clientelarismo viene premiato a danno degli amministratori capaci e coscienziosi, oltre che dei contribuenti onesti chiamati a coprire il costo finale con tasse che non calano mai.

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