
Il reddito di cittadinanza votato dal governo di Giuseppi Conte con la stampella di Matteo Salvini continuerà a scassare i conti pubblici italiani, così come il Superbonus 110%: una sentenza della Corte di giustizia europea (Cgue) boccia il requisito della residenza decennale per averne diritto, ritenendolo una discriminazione indiretta nei confronti dei beneficiari di protezione internazionale.
A un cittadino straniero beneficiario di protezione sussidiaria in Italia era stato revocato il reddito di cittadinanza dopo che un controllo amministrativo ha rivelato che non aveva il requisito della residenza di almeno dieci anni nel territorio nazionale previsto dal diritto italiano. Il cittadino ha quindi contestato tale decisione dinanzi a un giudice italiano il quale ha chiesto alla Corte di giustizia di stabilire se detto requisito costituisse una discriminazione indiretta nei confronti degli stranieri.
La Cgue dichiara che la concessione del reddito di cittadinanza rientra nel principio di uguaglianza tra i beneficiari di protezione internazionale e i cittadini nazionali in materia sia di accesso all’occupazione sia di diritto a un reddito minimo. Sebbene tale requisito sia applicato allo stesso modo a tutti gli interessati, esso incide principalmente sugli stranieri. La disparità di trattamento non è giustificata dal fatto che la concessione del reddito di cittadinanza implica, secondo il governo italiano, un onere amministrativo ed economico significativo. Questo costituisce quindi una discriminazione indiretta vietata dal diritto dell’Unione.
Inoltre, per quanto riguarda le misure di accesso all’occupazione e le prestazioni sociali essenziali, come il reddito di cittadinanza, il diritto dell’Unione conferisce ai beneficiari di protezione internazionale un diritto alla parità di trattamento, senza consentire agli Stati membri di prevedere requisiti o limitazioni ulteriori rispetto a quelli previsti dal legislatore dell’Unione. La durata del soggiorno nel territorio di uno Stato membro non è prevista dal diritto dell’Unione come criterio per la concessione dei sussidi in questione a tali beneficiari. Subordinare la concessione di tali sussidi alla condizione della residenza di dieci anni nello Stato membro interessato, viene spiegato, è contrario all’obiettivo del diritto dell’Unione di garantire un livello minimo di prestazioni ai beneficiari di protezione internazionale, il cui status non è, per sua natura, permanente e può essere revocato, il che comporta, eventualmente, il rimpatrio della persona interessata nel suo paese d’origine.
La sentenza avrà effetti sui conti pubblici, visto che è probabile un’ondata di richieste da parte di migliaia di potenziali aventi diritto, magari supportati dalle associazioni che supportano l’immigrazione.
A caldo la reazione di “Patto per il Nord”: per il segretario federale, Paolo Grimoldi, «si tratta di un frutto avvelenato della legge voluta dalla coppia Conte-Salvini. E’ uno smacco clamoroso per una misura sciagurata, il più grande provvedimento assistenzialista nella storia votato convintamente da M5S e Salvini premier. Siccome la decisione della Corte è vincolante per gli altri giudici nazionali, ogni immigrato nella stessa condizione vincerà il ricorso e noi saremo costretti a pagargli pure gli arretrati».
Grimoldi punta dritto a Salvini e alla sua politica scassa conti pubblici: «Salvini, come suo solito, incolperà l’Europa, ma il reddito di cittadinanza non lo chiese la Ue, fu una decisione sua e di Conte. Stiamo ancora pagando le sue scelte scellerate, ma Salvini continua a chiedere di fare altro debito pubblico, nonostante il record negativo di pressione fiscale al 43,1%. Occorre rigore nei conti pubblici e prendere ad esempio le regioni del Nord, unico modo per uscire dalla crisi e dare prospettiva alle future generazioni».
E, oltre al danno, arriverà pure la beffa ai contribuenti italiani e del Nord in particolare: «è facile immaginare come i legali delle associazioni che fiancheggiano l’immigrazione faranno partire migliaia di richieste di ammissione al beneficio, con i costi delle procedure legali e amministrative scaricate sui contribuenti, visto che gli immigrati hanno quasi sempre diritto all’accesso a quel patrocinio gratuito per loro, ma pagato da tutti i contribuenti, spesso negato ai cittadini in stato di bisogno».
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