L’Italia è in mezzo al guado, complici le crisi internazionali a ripetizione e, soprattutto, una politica poco coraggiosa, che sia capace di dire a cittadini ed imprese la reale situazione del Paese, uscendo da lustri di logiche di bonus e contentini settoriali, in grado di affrontare con slancio il rinnovamento del sistema di governo nazionale, rendendo i meccanismi decisionali più snelli, rapidi ed efficienti, oltre che meno burocratici, quella burocrazia che zavorra cittadini e imprese con extracosti stimati dalle varie categorie economiche in circa 50-60 miliardi di euro all’anno che potrebbero essere aggrediti senza alcun onere e a vantaggio di tutta l’economia nazionale.
Su come sia possibile per rilanciare il Paese, per dargli una spinta a crescere più delle percentuali da prefisso telefonico nonostante l’iniezione dei 193 miliardi del Pnrr, Michele Boldrin, economista e segretario del partito Ora! prova a delineare un quadro delle possibili soluzioni.
Boldrin, partiamo dal tema di attualità, se così si può dire: che dice della patrimoniale proposta dalle sinistre, con Schlein che dopo averla sostenuta pare avere già cambiato idea?
Per la sinistra la patrimoniale è un suo cavallo di battaglia duro a morire, ma nemmeno la destra scherza con il volere tassare i cosiddetti extraprofitti delle grandi banche o delle multinazionali. Una tassazione patrimoniale, che in Italia già esiste – la più nota che scade tra pochi giorni è l’Imu gravante sugli immobili – sarebbe utile, ma solo se introdotta in modo razionale, attivando prima una revisione della spesa pubblica per tagliare sprechi e liberare risorse, riducendo la pressione fiscale da record, specie quella gravante sul lavoro, soprattutto sul lavoro dipendente, visto che i redditi da impresa e da lavoro autonomo hanno già tassazioni alternative fisse e non progressive che, specie nel caso della flat tax sul lavoro autonomo ha l’effetto di incentivare la mancata crescita per non superare il tetto degli 85.000 euro. Una volta eseguita questa pulizia, si può valutare l’applicazione di una tassazione sui patrimoni, che vada a colpire tutti i beni oltre una certa soglia, la cui valutazione può essere adeguata nel tempo, magari, nel caso degli immobili, facendo una media dei valori di compravendita di un determinato quartiere negli ultimi tre-quattro anni, senza la necessità di dovere mettere mano al catasto agendo casa per casa. In cambio, si cancella la tassazione sulle compravendite degli immobili attualmente vigente, prevedendo l’esenzione dalla tassazione sui guadagni conseguiti se, entro sei mesi dalla vendita e dall’incasso, i guadagni sono reinvestiti in un altro immobile. Si tratta di prendere esempio da quanto già si fa all’estero, senza che nessuno si stracci le vesti.
C’è poi la questione della tassa di successione, che in Italia è più leggera di una piuma, nonostante che all’estero sia piuttosto pesante con effetti realmente redistributivi dei grandi capitali accumulati.
La questione della tassazione sulle eredità è stata riportata alla ribalta dall’ammontare di tre successioni eccellenti, come quella degli Agnelli-Elkann, dei Berlusconi e dei Del Vecchio. Applicare un prelievo su queste masse ereditarie è giusto, ma bisogna sempre stare molto attenti all’equilibrio complessivo del sistema, perché se il prelievo “mortis causa” è troppo alto esistono altre modalità per gestire da vivi i passaggi dei patrimoni familiari. E le casse dello Stato non incamerano quanto si aspettano.
Lei ha citato la necessità di riqualificare la spesa pubblica, che in Italia per il 2026 ammonta a 1.155 miliardi di euro, prima di pensare ad applicare nuove tasse o a fare nuovo debito pubblico, anche questo cresciuto a livelli mostruosi, oltre 3.100 miliardi di euro. Tutti ne parlano da almeno 20 anni, ma nessun governo della Repubblica l’ha mai attuata.
E’ un ritornello di tutte le maggioranze al governo, ma mai attuata per paura di perdere consenso. Anche il governo Meloni si è ben guardato di affondare il bisturi in quei 50-60 miliardi di spesa che molti studi ritengono frutto solo di clientele e mano morte ingiustificate per l’interesse pubblico nazionale, ma semmai valido solo per gli interessi micro settoriali diventanti nel tempo inscalfibili. Anche la stessa Meloni non è brillata nel contenere la spesa corrente che nei suoi 4 anni di governo è cresciuta di 104 miliardi di euro. Né è intervenuta con la dovuta energia nel combattere la tassazione, che è giunta nel 2025 al record del 134,1%. Io che sono un vecchio federalista vedrei bene portare i centri decisionali della spesa pubblica più vicino possibile ai cittadini, spostandola dal livello centrale alle regioni o ai comuni, tale che ci possa essere un migliore controllo sociale tra quanto si tassa, si spende e quanto si genera in termine di servizi o infrastrutture e la loro qualità. Sarebbe così possibile capire da chi viene tassato per cosa è imposto e come le tasse sono utilizzate dai vari amministratori pubblici. Avere uno stato basato su un assetto federalista con un forte aumento delle responsabilità degli amministratori locali, così come accade nelle autonomie speciali delle regioni del Nord, potrebbe essere un buon inizio. Ma se si continua a raccogliere le tasse, ad esempio, a Milano, per poi accentrarle a Roma e magari a spenderle a Napoli, chi paga le tasse non ha alcuna capacità di controllo su come vengono effettivamente spesi i suoi soldi. E si trova solo a pagare a piè di lista.
Tra le varie forme di spesa c’è anche quella sociale per pensioni e assistenza che assorbono una bella fetta della spesa pubblica. C’è qualche possibilità di contenerla?
Innanzitutto una premessa: per fortuna che la legge Fornero esiste, altrimenti la spesa per pensioni sarebbe fuori controllo. Certo, chi oggi lavora e andrà in pensione tra vent’anni avrà pensioni da fame rispetto a quanto hanno goduto padri e nonni con il sistema a ripartizione e la garanzia di pensioni al 70% dell’ultimo stipendio, cosa che ha innescato la corsa a sfruttare il sistema con repentini aumenti di stipendio da parte di molti lavoratori del pubblico impiego con scatti di carriera terminali e pure del sindacato per regalare pensioni che si basano su un capitale versato durante la carriera buono solo per coprire una decina d’anni di pensione, con i rimanenti – augurando loro una serena e lunga vecchiaia – a carico dello Stato. Le forze politiche tutte hanno tentato di svuotare la Fornero con varie manovre, ma alla fine la legge è in vigore in tutta la sua potenzialità e il problema, anche con il sistema contributivo, è che si continua ad erogare pensioni senza capitalizzare adeguatamente quanto versato da ciascun lavoratore. Tant’è che le pensioni future copriranno, se tutto va bene, circa il 50% degli ultimi redditi. Tutt’altro che una serena vecchiaia.
Torniamo alla spesa pubblica: la Commissione europea ha detto che in Italia esistono oltre 2.700 provvedimenti che riducono la base imponibile tra bonus, regalie varie, agevolazioni, alcune molto vecchie e, forse, non più giustificate.
I governi di tutti i colori, tecnici o politici che siano, di destra o di sinistra, continuano a galleggiare su una realtà sedimentata, finanziaria dopo finanziaria, con il risultato che pochi o poche categorie beneficiano di agevolazioni che probabilmente non sono di pubblico interesse, ma privilegi il più delle volte ingiustificati. Anche nell’ultima finanziaria del governo Meloni, una “manina” ha inserito uno stanziamento di 2 milioni di euro per la Fondazione Einaudi che, in teoria, dovrebbe studiare e diffondere i valori impersonati dallo storico presidente della Repubblica. Ma meno prosaicamente, si tratta solo di garantire laute prebende a chi l’amministra o a chi svolge qualche attività di studio. Ci si ricorda le battaglie per l’abolizione del Cnel come esempio di un ente inutile che, dopo l’avvento di Brunetta alla presidenza, è diventato un ricco ambiente di spesa e di erogazioni di consulenze. L’elenco è lungo e invece di ridursi si allunga. C’è poi il fatto che quasi tutti gli italiani, direttamente o indirettamente, fruiscono di una qualche forma di bonus o agevolazione. E questo vale anche per le imprese, specie le più piccole che senza qualche forma di agevolazione non riuscirebbero a stare sul mercato. Bisogna essere però chiari: per riuscire a succhiare qualche goccia di contributo o di esenzione, il contrappasso è che i costi sono decisamente superiori al beneficio, compreso pure per chi ne fruisce.
Come si esce da una logica di sussidi per tutti?
Personalmente, preferisco uno stato leggero, che definisca le regole di base, che raccolga le tasse che servono per assicurare i servizi di base a carattere nazionale, lasciando tutto il resto alla gestione dei livelli di governo più vicini ai cittadini e alle imprese, tagliando gran parte di bonus, agevolazioni e prebende varie a favore di un sensibile taglio delle tasse. Io vorrei dare maggiore libertà di manovra a singoli e imprese, responsabilizzando tutti i soggetti sociali all’interno delle linee d’azione individuate dal governo nazionale e da quelli locali. Vorrei una politica in grado di stabilire le strategie di grande respiro, che non siano fondate su mere logiche ideologiche così come è successo con l’energia rinnovabile costata alle bollette dei contribuenti qualcosa come 200 miliardi di euro per avere una produzione ancora marginale, o così come si rischia di fare ora con la scelta della rincorsa al nucleare come rimedio al caro bollette, evitando di dire che la soluzione non è per l’oggi, ma per il dopo, dopo domani, almeno 10 anni se tutto va bene. Anche se il problema del caro bollette è per l’oggi. Senza considerare il fatto se le tecnologie dei mini reattori o quelli di quarta generazione, di cui tutti parlano ma che ancora non esistono come esempi concretamente marcianti, funzioneranno effettivamente. Ancora una volta, il problema principale dell’Italia è la mancanza di una classe politica adeguata, competente, capace di capire quanto sta maneggiando. Purtroppo, sempre più spesso, a livello nazionale e locale, si assiste a politici improvvisati, gente che si fa intortare troppo facilmente, più attenta al consenso dei canali social che ai bisogni dell’elettorato reale.
Parliamo di debito pubblico: cosa si può fare per ridurlo, invece di fare grida di giubilo per l’autorizzazione europea di farne 14 miliardi di nuovo per favorire la diffusione dell’energia rinnovabile?
Oltre 3.100 miliardi di debito pubblico sono un’eredità impressionante per il futuro del Paese e dei giovani, un’eredità lasciata in pegno da decenni di classi politiche inadeguate che hanno speso per iniziative senza alcun costrutto sociale e senza che si trasformassero in reali investimenti che fungessero da volano per il rilancio del Paese, come stanno dimostrando di essere i 193 miliardi del Pnrr o i 140 miliardi del Superbonus 110%. Si parla di cartolarizzare parte dei beni pubblici per farne un veicolo finanziario da piazzare sul mercato per abbattere di 300-400 miliardi l’ammontare del debito. Non sono così sicuro che la cosa possa concretizzarsi: piuttosto, vedrei bene spostare le sedi della pubblica amministrazione, oggi spesso situate in centro e in palazzi prestigiosi, per trasferirle in periferia in nuove strutture più funzionali e meno esigenti energeticamente, vendendo le attuali sedi. Vedrei bene vendere buona parte delle società pubbliche che svolgono attività manifatturiera, a partire da realtà come Fincantieri. Ma soprattutto serve fare crescere l’economia nazionale, senza la quale non si genera quella ricchezza utile per ridurre il debito, unitamente ad un taglio secco della spesa pubblica. Quando ci sarà una politica di questo stampo, il Paese sarà finalmente sulla strada giusta. In caso contrario, continuerà a galleggiare finendo sempre più nelle retrovie dei paesi sviluppati, prigioniero di un debito sempre più alto e abitato da cittadini sempre più poveri.
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