Home Politica La pressione fiscale al 51,4% nel IV trimestre, al 43,1% in 2025

La pressione fiscale al 51,4% nel IV trimestre, al 43,1% in 2025

Tutte le opposizioni criticano l’operato del governo Meloni. “Patto per il Nord” sollecita all’azione «altrimenti Meloni sarà ricordata per il record delle tasse, non per la durata».

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L’Istat, nelle sue periodiche rilevazioni e analisi del Contro trimestrale delle amministrazioni pubbliche, butta tra i piedi del governo Meloni alcune granate che rischiano di deflagrare e di fare ingenti danni politici, visto che da un lato viene confermato il rapporto deficit/Pil 2025 al 3,1% e, dall’altro, il record 2025 della pressione fiscale che raggiunge il 34,1%, con la stupefacente vetta del 51,4% nel solo IV trimestre 2025.

Secondo l’Istat, nel 2025 la pressione fiscale si attesta al 43,1% del Pil, in crescita di 0,7 punti percentuali rispetto al 42,4 del 2024. Il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è diminuito dello 0,4% rispetto al trimestre precedente, mentre i consumi sono cresciuti dello 0,5%.

La propensione al risparmio delle famiglie consumatrici è stata pari al 7,8%, in diminuzione di 0,8 punti percentuali rispetto al trimestre precedente. A fronte di una variazione dello 0,4% del deflatore implicito dei consumi, il potere d’acquisto delle famiglie è diminuito rispetto al trimestre precedente dello 0,8%. La quota di profitto delle società non finanziarie, pari al 43,2%, è aumentata di 0,2 punti percentuali rispetto al trimestre precedente. Il tasso di investimento delle società non finanziarie è stato pari al 24,6%, in calo di 0,2 punti percentuali rispetto al trimestre precedente.

L’Istat conferma il rapporto deficit/Pil 2025 al 3,1% con ciò mettendo una probabile fine alla speranza di riuscire ad uscire dalla procedura d’infrazione Ue per deficit eccessivo, superando tutti quei vincoli di bilancio e di spesa che ingessano l’azione del governo e le prospettive di crescita, finendo con il complicare non poco le strategie di gestione della finanza pubblica, per di più in un anno che prelude alle elezioni politiche 2027, salvo sempre probabili incidenti di percorso. E l’appello finale tocca tra 15 giorni ad Eurostat che potrebbe limare di un soffio il dato facendolo rientrare al 3%, ma se dovesse essere confermato per l’Italia e il governo Meloni saranno problemi.

I dati diffusi dall’Istat hanno dato la stura alle opposizioni nelle critiche all’operato del governo Meloni che viene bocciatoa per le sue strategie economiche che hanno tarpato le ali alla crescita della Nazione. Critiche con invito ad agire prima che sia troppo tardi anche da “Patto per il Nord” che, però, reclama una maggiore trasparenza dei dati Istat per capire meglio l’andamento dell’economia a livello regionale.

«Capiamo l’interesse del Governo a voler essere ricordato come il più longevo della Repubblica, ma se continua così sarà certamente ricordato come quello delle tasse. La pressione fiscale al 43,1% del Pil è un dato che deve suonare come una sveglia definitiva: basta gossip, basta ponti sullo stretto di Messina, basta mani nelle tasche di chi lavora e di chi ha lavorato e poi si ritrova una pensione erosa dal carovita, basta sgambetti alle imprese con tagli retroattivi poi rimangiati – tuona il segretario federale di “Patto per il Nord”, Paolo Grimoldi -. Serve una scossa perché la situazione di insofferenza è tangibile e nei territori del Nord lo stiamo riscontrando ogni giorno».

Grimoldi allarga la sua riflessione: «sapere che nel 2025 le prestazioni sociali hanno registrato un incremento del 3,3%, e che l’aumento è stato trainato anche dai sussidi e dagli assegni per la vecchiaia, non è sufficiente a fare un quadro pienamente comprensibile e veritiero su come vivono davvero le famiglie italiane. E’ sempre necessario sapere dall’Istat i dati regione per regione, o per lo meno per area geografica. Non è per fare polemica, ma se vogliamo aiutare chi ha bisogno, occorre capire chi paga e chi invece riceve, altrimenti siamo alla distorsione statistica del pollo di Trilussa».

Ma, soprattutto, servirebbe una maggiore decisione nell’azione di governo sulla qualità della spesa pubblica, agendo con più energia su sprechi, duplicazioni, inefficienze, burocrazia che scaricano sul sistema Paese oneri stimati in una cinquantina di miliardi all’anno. Per non dire dell’evasione fiscale e contributiva che, nonostante i miglioramenti, continua a prosperare indisturbata.

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