La Web tax italiana vola e batte le previsioni per il terzo anno consecutivo, mentre la Global minimum tax — il grande progetto OCSE per tassare i profitti delle multinazionali al 15% — esordisce con un clamoroso buco da 335 milioni.
L’imposta sui servizi digitali ha reso 637 milioni nel 2025, contro i 455 milioni del 2024: un incremento di 182 milioni pari al +40,1%. La crescita biennale supera il 62%: nel 2023 il gettito si fermava a 391 milioni.
Ogni anno il consuntivo ha sistematicamente superato le previsioni del ministero dell’Economia e Finanze — nel 2023 del 31%, nel 2024 del 16%, nel 2025 del 7,8% — segnale che i modelli previsionali non catturano la velocità con cui i ricavi digitali dei grandi gruppi internazionali crescono in Italia. Spesso a danno degli operatori nazionali.
La legge di bilancio 2025 ha ampliato la base imponibile eliminando la soglia minima di ricavi domestici da 5,5 milioni, estendendo il prelievo del 3% a tutti i ricavi da servizi digitali realizzati in Italia da gruppi con fatturato globale superiore a 750 milioni.
Secondo l’analisi del Centro Studi Unimpresa, la Web tax è andata in direzione opposta la parabola della Global minimum tax, introdotta in attuazione della direttiva europea 2022/2523 e applicata per la prima volta all’esercizio fiscale 2024. Le previsioni di gettito erano fissate a 381 milioni; il consuntivo si è fermato a 46,3 milioni accertati e 40,8 milioni versati, con un rendimento del 12,2% rispetto alle attese.
«La Web tax italiana dimostra che tassare la presenza digitale è possibile e redditizio. Ma la Global minimum tax ci ricorda che costruire un’imposta globale sui profitti delle multinazionali è enormemente più complesso di quanto i modelli OCSE avessero stimato. Raccogliere 46 milioni su 381 previsti non è uno scarto tecnico: è il segnale che la complessità degli adempimenti e le salvaguardie transitorie rischiano di svuotare uno strumento che sulla carta avrebbe dovuto valere miliardi per i bilanci europei – commenta il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora -. Servono semplificazione e certezza dei tempi, nell’interesse anche delle imprese italiane che operano sui mercati esteri e sostengono costi di compliance rilevanti senza che il sistema produca i risultati annunciati».
L’imposta sui servizi digitali — comunemente nota come Web tax — è applicata in Italia dal 2020 ai ricavi generati in Italia da grandi gruppi tecnologici con fatturato globale superiore a 750 milioni di euro. L’aliquota è fissata al 3% sui ricavi derivanti da tre tipologie di servizi: veicolazione di pubblicità mirata su interfacce digitali, messa a disposizione di piattaforme di intermediazione multilaterale e trasmissione di dati degli utenti. Non si applica all’e–commerce di beni né ai servizi ai consumatori finali: è un’imposta business-to-business sulla presenza digitale in Italia delle grandi tech company.
Visto il successo di gettito, specie quello afferente alla pubblicità digitale spesso legata al saccheggio impunito dei contenuti digitali creati dagli editori per il cui sfruttamento non ricevono alcun indennizzo, si potrebbe iniziare ad applicare lo schema proposto dal sottosegretario all’Editoria, Alberto Barachini, che vorrebbe finanziare il fondo per l’editoria con parte del gettito della Web tax, magari con un ritocco dell’aliquota portandola dal 3 al 5%. Ma già ora l’incremento di gettito 2025 equivale quasi interamente all’ammontare del fondo stesso finanziato direttamente dal bilancio dello Stato. Si tratta di una necessità per riequilibrare i rapporti di forza, specie verso gli editori più piccoli, magari quelli esclusivamente digitali, la cui dimensione rende pressoché impossibile una trattativa con le grandi piattaforme. Lo Stato, anche per garantire il pluralismo e la democrazia, ha l’opportunità di agire, stornando parte del gettito al fondo per l’editoria, il quale deve sostenere tutti gli operatori dell’informazione, a partire da quelli più piccoli sui quali l’effetto delle piattaforme è particolarmente nefasto, sia in termini di saccheggio dei contenuti che di drenaggio della pubblicità.
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