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Le piattaforme social creano dipendenza, specie tra gli adolescenti

Indagine della Commissione Ue sui vari protagonisti del settore.

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Le piattaforme social sono al centro dell’attenzione delle autorità europee e nazionali per via della possibilità, quasi certa, che queste possano creare dipendenza tra gli utenti, specie tra i più giovani.

«Stiamo conducendo le indagini parallelamente su tutte, che si tratti di piattaforme asiatiche, americane o europee, perché non dimentichiamo che un terzo delle indagini in corso riguarda piattaforme europee, in particolare per la progettazione che crea dipendenza nel sistema di raccomandazione» ha detto il portavoce della Commissione, Thomas Regnier, precisando che «le indagini non hanno nulla a che fare con il contesto politico, ma con la rilevanza di mercato di queste piattaforme».

«Non esitiamo a intraprendere azioni contro le piattaforme americane se necessario» ha sottolineato Regnier nel corso del briefing giornaliero con la stampa, rispondendo a una domanda sull’eventuale timidezza dell’esecutivo europeo nel colpire le aziende statunitensi, visto il parere preliminare che ha rilasciato in cui ritiene che la piattaforma cinese TikTok violi le leggi Ue sul digitale perché genera dipendenza, lasciando particolarmente esposti i minori e gli adulti vulnerabili, ma l’assenza di decisioni riguardo a indagini parallele in corso sulle piattaforme di Meta.

«Non ci tiriamo indietro davanti a nulla. Applichiamo la nostra legislazione» afferma Regnier, ricordando che la prima multa ai sensi del “Digital Services Act” è stata inflitta lo scorso dicembre alla piattaforma statunitense X. Scatenando la reazione piccatissima di Elon Musk. «Non c’è timidezza né paura. Quando avviamo indagini su una piattaforma di una certa origine, ci viene chiesto perché su quella e non sull’altra, e se abbiamo paura dell’altra. Poi alla fine arriviamo anche all’altra». «Seguiamo il processo per portare avanti i diversi casi. Questo richiede tempo e analisi. Quindi, quando siamo pronti, avviamo nuove indagini, come è successo oggi», sottolinea la portavoce-capo dell’esecutivo europeo, Paula Pinho.

Regnier rigetta anche la possibilità che la Commissione sia poco decisionista riguardo l’attuazione di un’età minima per l’accesso ai social media, per cui i singoli Paesi, come Francia e Spagna, starebbero andando in ordine sparso. «Siamo al loro fianco. Ricordiamo anche che è estremamente importante rispettare l’effetto armonizzatore della Dsa, proprio perché l’interesse di questa Commissione è proteggere i 450 milioni di cittadini dell’Ue», cosa che si ricollega alla decisione odierna, visto che TikTok raggiunge 170 milioni di utenti nel blocco, spiega.

Infine, riguardo ai «massicci attacchi» di proprietari di piattaforme social (quali Elon Musk di X e Pavel Durov di Telegram) nei confronti di leader europei (segnatamente il premier spagnolo Pedro Sanchez), il portavoce ribadisce la solidarietà dell’esecutivo Ue, ricordando che le leggi pensate per responsabilizzare le piattaforme sono state negoziate nel precedente mandato di Ursula von der Leyen, attuale presidente della Commissione.

Tornando al presunto effetto di creare dipendenza tra i suoi utenti della piattaforma TikTok di proprietà della cinese ByteDance, questo sarebbe causato dalla possibilità di scorrimento infinito dei reel alla riproduzione automatica, fino alle notifiche push e all’algoritmo altamente personalizzato: per l’esecutivo Ue, TikTok non avrebbe valutato in modo adeguato come queste funzionalità possano danneggiare il benessere fisico e mentale degli utenti, in particolare di minori e adulti vulnerabili.

Secondo la ricerca scientifica, queste funzionalità possono portare a «comportamenti compulsivi», riducendo l’autocontrollo degli utenti. La Commissione ha quindi invitato la piattaforma a modificare la progettazione di base del suo servizio. Se le conclusioni preliminari della Commissione saranno confermate, quest’ultima potrà emettere una decisione di non conformità, con una sanzione pecuniaria fino a un massimo del 6% del fatturato annuo mondiale del fornitore.

Immediata è arrivata la risposta di TikTok: «le indagini preliminari della Commissione europea descrivono la nostra piattaforma in modo completamente falso e privo di fondamento e adotteremo tutto il necessario per contrastare tali accuse con ogni mezzo a nostra disposizione», ha dichiarato un portavoce dell’azienda cinese. 

La pensa diversamente Giovanna Mascheroni, ordinaria di Sociologia dei media digitali all’Università Cattolica del Sacro Cuore e coordinatrice per l’Italia delle rete Eu Kids Online: «TikTok e tutti gli altri social media sono progettati per tenerci incollati allo schermo il più possibile, perché il vero prodotto siamo noi: la monetizzazione dei nostri dati, della nostra attenzione, del nostro tempo». 

E circa il divieto di accesso alle piattaforme social che alcuni paesi hanno già adottato e altri sono in procinto di farlo, Mascheroni afferma che queste «sono misure che non mi convincono. Nel momento in cui si limita l’accesso a una categoria di utenti, si sta dando alle piattaforme il via libera con tutti gli altri. E invece la dipendenza colpisce anche gli adulti», evidenziando invece la necessità di una migliore regolamentazione: «l’Unione europea è l’unico soggetto politico che ha delineato degli strumenti normativi. Basti pensare al Gdpr che prevede delle limitazioni nell’utilizzo dei dati, ad esempio per la profilazione politica, un provvedimento approvato dopo lo scandalo di Cambridge Analytica e delle presidenziali Usa del 2016. Il Digital services act ha esteso ulteriormente le limitazioni, impedendo la raccolta di dati per alcune categorie di utenti come i minorenni. Ma dalla definizione degli strumenti normativi alla loro implementazione c’è un abisso».

La sociologa delinea un possibile rischio dall’implementazione di divieti solo per una ristretta cerchia di soggetti, come i minori: «il rischio è che poi si smetta di regolamentare tutto il resto. I diritti degli utenti vanno garantiti a tutti e incorporati di default nel design della piattaforma. La dipendenza dai social è un problema collettivo».

E oltre alle tecniche che creano dipendenza, ci sarebbe da dire qualcosa anche relativamente ai contenuti delle piattaforme social, visto che una gran parte di quanto viene veicolato è prodotto solo al fine di suscitare l’interazione con l’utente, sollecitare il suo click o il like, che poi si trasforma in denaro per i titolari e per gli inserzionisti. E per raggiungere questo scopo, la qualità e l’attendibilità dei contenuti diventa un aspetto del tutto secondario, visto che una consistente fetta di quelli veicolati da Facebook della Meta di Mark Zuckerberg sono di carattere illegale e truffaldino.

Per combattere questa deriva, il rimedio sarebbe semplice: estendere a tutte le piattaforme i doveri tipici degli editori di prodotti informativi, ritenendoli giuridicamente responsabili di quanto veicolano attraverso i propri canali. Sarebbe una rivoluzione copernicana.

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