E’ partito il grande gioco dell’ennesima riforma della legge elettorale a poco più di un anno dalle elezioni (salvo sempre possibili intoppi che potrebbero anticipare il redde rationem con le urne) dove, ancora una volta, il grande escluso dai giochi è l’elettore. Con il risultato che il sistema proposto nella bozza depositata al momento dalla maggioranza di centro destra s’inserirà nel solco di quello attuale incentivando l’astensionismo e consegnando il governo del Paese al consenso di una parte ridotta di elettori, circa il 20%, con buona pace della rappresentatività e dell’effettiva democrazia.
Dalla maggioranza si dice che la legge elettorale deve garantire la stabilità, cosa che in questa legislatura si sta verificando, con vantaggi in termini di credibilità e di capacità di una certa programmazione, anche se un po’ traccheggiante. Ma non si risolve il problema dell’astensionismo che rischia di aumentare ancora con il risultato di delegittimare qualsiasi eletto, maggioranza o opposizione che sia.
L’imperativo per una classe politica degna di questo nome dovrebbe essere il coinvolgimento dell’elettorato tale da conseguire un mandato il più ampio possibile. E questo lo si ottiene coinvolgendo gli elettori proponendo loro candidati su cui scegliere il migliore, il più preparato o, al limite, il meno peggio.
Nelle ultime tornate elettorali con i listini bloccati, le varie segreterie hanno piazzato in posizione da eligendo personaggi “la qualunque” in cerca di un’elezione ad un seggio per migliorare drasticamente la propria posizione economica, spesso decuplicando il reddito dichiarato, sorvolando sull’effettiva capacità di dare alla Nazione un contributo fattivo al suo miglioramento economico, sociale, culturale e, non va trascurato, pure lessicale.
Sarebbe bello – e pure intelligente – superare questa situazione o tornando al voto di preferenza tale che possa essere l’elettore a scegliere il candidato che meglio lo rappresenta, anche se questo scenario apre ad una questione di capacità di spesa nella campagna elettorale da parte dei vari candidati, oppure, meglio, arrivare ad eleggere tutti, o quasi, i 400 deputati e i 200 senatori sulla base di collegi uninominali, dove chi conquista un voto in più viene eletto al primo turno. Sarebbe una vera palestra di democrazia, dove i partiti dovrebbero impegnarsi per presentare candidati autorevoli e capaci, rifuggendo dal presentare candidati pregiudicati – come sta accadendo per le supplettive in Veneto – o, peggio, coloro che nel curriculum hanno solo una esperienza di reggicoda o di inginocchiato al cospetto della segreteria politica di turno, ma che per il resto sono delle autentiche “tabule rase”, buoni solo al ruolo di schiacciabottoni munificamente retribuiti.
A chi dice che un’elezione basata solo su collegi uninominali a turno unico non assicura una maggioranza certa e la governabilità si potrebbe ribattere che la politica è l’arte, oltre che del governo e delle scelte, anche del compromesso e della trattativa, per cui all’interno del Parlamento si possono creare maggioranze su un programma condiviso.
La politica è – o, meglio, sarebbe – una cosa seria e andrebbe interpretata da persone dotate di coerenza e di una certa drittura morale, capaci di tenere la traiettoria impostata nel programma elettorale senza eccessivi traccheggiamenti. Ma negli ultimi tempi questo non sempre si è verificato, con il risultato che la mala politica delle ultime tornate ha scaricato sui cittadini elettori il fardello di scelte cervellotiche e controproducenti, dal reddito di cittadinanza, al superbonus 110% al Pnrr.
Si vedrà se nelle prossime settimane il testo di nuova legge elettorale avrà la forza di camminare, ma se dovesse rimanere l’impianto attuale si abbia almeno la decenza civile e democratica di abrogare le liste bloccate, vero motore della degenerazione partitica e democratica e di reinserire le preferenze.
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