La legge elettorale in corso di definizione al Senato – che poi dovrà passare alla Camera a scatola chiusa con il ricorso alla fiducia – sta collezionando porcate istituzionali, una dietro l’altra, vuoi per la mancanza di coraggio dello stesso premier Giorgia Meloni, vuoi per la paura della concorrenza sulla stessa aia elettorale da parte del centro destra, di suo alle prese con la crisi di consenso decisamente pesante della Salvini premier e il galleggiamento di Forza Italia, da parte delle nuove formazioni politiche come Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, dei liberali di Ora! o dei fuoriusciti padani riuniti in “Patto per il Nord”.
Dopo avere mantenuto l’obbrobrio dei capilista bloccati fortissimamente voluto soprattutto da Matteo Salvini e da Antonio Tajani nel tentativo di garantire l’elezione dei propri fedelissimi e di lasciare ai peones i posti a seguire con la roulette delle preferenze, è stato approvato l’emendamento proposto dal senatore sardo di Fratelli d’Italia, Antonella Zedda, che ha improvvidamente proposto di innalzare alla stratosferica soglia di ben 700.000 firme il numero degli avalli necessari ad un partito non rappresentato in Parlamento – o all’Europarlamento – per potere partecipare alle elezioni politiche, con un chiaro nocumento della democrazia rappresentativa e alla libera determinazione politica degli elettori.
Un emendamento che ha fatto gridare allo scandalo, bollato come «antidemocratico e liberticida» da parte delle opposizioni che scrivono di emendamento «scritto per impedire a Rifondazione Comunista e a altre forze politiche di presentarsi alle prossime elezioni» affermano Maurizio Acerbo e Gianluca Schiavon, che parlano di provvedimento «folle, perché impone una soglia irraggiungibile mentre i partiti già presenti in Parlamento dal 2025 sono esentati. L’attentato alla democrazia costituzionale, in particolare al principio di uguaglianza formale davanti alla legge, si completerebbe con il “favor castae”».
Anche Avs per bocca di Beppe de Cristofaro è critica: «l’emendamento è sbagliato e illiberale ed è un segnale pessimo che quest’aula manda all’esterno, è come dire che tutto ciò che vive qui dentro viene salvato, anche se fai una componente all’ultimo secondo in qualche modo te la cavi. Se invece sei un soggetto politico che non accetta trasformismi, che fa politica dal basso e sul territorio e non vuole farsi rappresentare da qualcuno in maniera trasformista, allora dovrà raccogliere 6.000 firme che è comunque un numero abnorme. E moltiplicato per 49 collegi nazionali diventa un numero inaccessibile».
Per Paolo Grimoldi, ex deputato della Lega Nord e attuale segretario federale di “Patto per il Nord”, «la maggioranza di Governo non solo non ha accettato la raccolta delle firme in modalità digitale per la presentazione delle liste come proposto e come avviene per i referendum, ma adesso ha anche aumentato di 4 volte il numero necessario di firme da raccogliere per presentarsi alle elezioni. E’ davvero una porcata, un atto contro la democrazia, un invito all’astensione, una palese dimostrazione di paura per l’arrivo delle nuove forze politiche. Con che credibilità i politici si presentano come uomini e donne del popolo e poi negano al popolo stesso la possibilità di scegliere da chi farsi governare? Così si mettono alcuni partiti fuorigioco a tavolino, è davvero una cosa meschina, una follia». E proprio per evitare uno scenario folle e antidemocratico, Grimoldi invoca, in carenza di un rinsavimento del Senato, l’intervento del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, come massimo garante dell’ordinamento democratico del Paese, per correggere una norma liberticida.
A ben poco vale il contentino fatto dal presidente del Senato, Ignazio La Russa, secondo cui, in caso di elezioni anticipate, il numero delle firme da raccogliere sarebbe dimezzato: anche così l’esercizio dei diritti democratici dei cittadini sarebbe leso in palese contrasto con i diritti sanciti dagli articoli 48 e 51 della Costituzione.
E ai rappresentanti della maggioranza come Stefania Craxi (capogruppo di Forza Italia) e Lucio Malan (capogruppo di Fratelli d’Italia) che ribattono come la norma serva per contrastare le cosiddette “liste civetta” è facile obiettare che realtà come Rifondazione Comunista, Futuro Nazionale o Patto per il Nord è decisamente difficile considerale tali, visto che hanno programmi elettorali differenti rispetto alle forze politiche attualmente in servizio parlamentare.
Dalla stretta antidemocratica per la presentazione delle liste con l’aumento delle firme necessarie passate da 1.500-2000 attuali a 6-7.000 per ciascun collegio sono esenti le forze politiche rappresentante in Parlamento, anche quelle che hanno un solo gruppo, ma formato entro il 31 dicembre 2025, come Italia Viva di Matteo Renzi o Azione di Carletto Calenda. Per le forze politiche che hanno una componente in almeno uno dei due rami del Parlamento, come +Europa o Futuro nazionale, il numero delle firme da raccogliere è sempre da 1.500 e 2.000 a collegio.
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