Il governo italiano ha deciso di candidare Maurizio Martina, ex segretario del Partito Democratico e ministro dell’Agricoltura tra il 2014 e il 2018, al ruolo di direttore generale della FAO, l’organizzazione delle Nazione Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura, di cui è attualmente vicedirettore. L’Italia chiederà ai Paesi dell’Unione europea di sostenerne la candidatura.
Il vicepremier e ministro degli esteri nonché segretario di Forza Italia, Antonio Tajani e il ministro dell’Agricoltura (FdI), Francesco Lollobrigida l’hanno annunciato in un punto stampa congiunto a Bruxelles, dove si tiene il Consiglio dell’UE Agrifish.
«Il governo ha sostenuto la candidatura di Martina, pur avendo una storia politica differente dalla nostra, ma abbiamo ritenuto che l’Italia meritasse di avere quel ruolo, in un organizzazione internazionale di livello che ha sede a Roma», ha affermato Lollobrigida, ricordando che il governo ha già sostenuto l’ex leader dem come vicedirettore della FAO, ruolo che ricopre dal 2021.
«Probabilmente ci saranno altre candidature europee. Noi chiederemo una posizione unitaria dell’Europa rispetto a altri esponenti a livello mondiale», ha aggiunto il ministro. Il mandato dell’attuale direttore generale, il cinese Qu Dongyu, si concluderà il 31 luglio 2027. L’elezione avviene durante la Conferenza della FAO, per voto segreto, da parte dei 194 Stati membri dell’Organizzazione.
«Coldiretti esprime grande apprezzamento per la decisione del Governo italiano e dei ministri Lollobrigida e Tajani, di candidare Maurizio Martina alla guida della FAO dal 2027, una scelta che rafforzerebbe il ruolo e la credibilità dell’Italia in un organismo centrale per le politiche agricole e alimentari globali – dichiara il presidente di Coldiretti Ettore Prandini – Martina ha dimostrato con il suo lavoro di saper costruire e mantenere un rapporto proficuo nell’interesse agricolo, non solo italiano».
Non la pensa così il segretario federale di “Patto per il Nord”, Paolo Grimoldi, secondo cui «la scelta di Maurizio Martina, ex ministro e segretario PD, è il simbolo di una continuità che smentisce mesi di retorica sul cambiamento. Se il centrodestra candida un esponente della sinistra per un ruolo strategico internazionale, come quello alla Fao, organizzazione che non sempre si è distinta per efficienza ed efficacia del proprio operato, il messaggio che manda ai suoi elettori è che sulle poltrone di peso le differenze si annullano e si può fare l’inciucio». Quell’inciucio che Meloni, dalle fila dell’opposizione, denunciava ed abborriva.
Per Grimoldi «qui non è una questione personale, è una questione politica. O si ha il coraggio della discontinuità, oppure si ammetta che tra centrodestra e centrosinistra, quando si tratta di alzare le tasse e procedere alle nomine, la distanza è sempre più sottile, evanescente. Forse la presidente Meloni dovrebbe farsi consigliare meglio: se gli schieramenti sono uguali, allora dopo le prossime elezioni non ci sarà un Meloni Bis, ma un Draghi bis. E se Meloni ha difficoltà a trovare tra le fila della sua maggioranza un candidato adeguato, se avesse chiesto consiglio a “Patto per il Nord” le avrebbe potuto indicare un candidato altrettanto bravo se non migliore, di provata fede federalista e, soprattutto, non riciclato».
E che qualche problema nella scelta di persone capaci e, magari, pure di area di centro destra, da parte del governo ci sia, un caso emblematico è la continua scalata al potere internazionale di un certo Luigi Di Maio, uno che ha avuto la ventura di fare il ministro degli esteri durante il Conte Bis e nel Draghi dopo gli sfracelli ottenuti da ministro per lo sviluppo economico e del lavoro nel “gobierno” Conte I, quello M5s-Salvini Premier. Possibile che anche i questo caso il governo Meloni continui a giudicare Di Maio “ottimo e abbondante” senza avanzare una candidatura alternativa a rappresentare l’Italia in un contesto strategico per quegli interessi nazionali tanto cari a Meloni e al suo partito?
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