Home Politica Meloni avvia le pulizie primaverili nella compagine ministeriale

Meloni avvia le pulizie primaverili nella compagine ministeriale

Dimissionati “spintaneamente” il sottosegretario alla giustizia Delmastro Delle Vedove e la capo di gabinetto della Giustizia Bartolozzi. Il premier chiedere le dimissioni del ministro del turismo Santanché. Opportuno sostituire anche ministri “deboli” come Pichetto Fratin e Urso.

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La leader di Fratelli d'Italia e premier, Giorgia Meloni.

C’è voluto l’esito negativo del referendum sulla giustizia per fare scattare la reazione del premier Giorgia Meloni che negli ultimi tempi aveva innestato il pilota automatico sulla linea di galleggiamento, nonostante la situazione interna e, soprattutto, internazionale non fosse delle migliori.

Alla fine tutti i nodi che si sono accumulati negli ultimi mesi sono venuti a galla, trascinati dall’esito elettorale che ha inflitto una pesante botta, la prima di questa consistenza nei tre anni e mezzo di governo, alla maggioranza, facendo scatenare una reazione furiosa del premier.

La giustizia, si sarebbe sfogata con i suoi Meloni, è storicamente un tema caro alla destra e va assolutamente recuperato. Quindi, in sintesi, via tutti i membri del governo con situazioni giudiziarie che creano imbarazzo. Così in una giornata concitata sono arrivate le dimissionispintanee” del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove e del capo di gabinetto del ministero alla Giustizia, Giusi Bartolozzi. Fino all’inedita nota con cui un presidente del Consiglio chiede un passo indietro a un suo ministro, quella Daniela Santanchè, che finora ha resistito al pressing, in un braccio di ferro ad alta tensione. A processo a Milano per presunto falso in bilancio su Visibilia e indagata per un’ipotesi di bancarotta e presunta truffa all’Inps, l’esponente di FdI già a inizio 2025 era finita sulla graticola. Per la moral suasion sarebbe stato coinvolto anche il suo nume protettore, il presidente del Senato Ignazio La Russa, oggi come allora, quando il ministro del Turismo condizionò le dimissioni a una richiesta di Meloni. Allora non arrivò, adesso è quanto mai esplicita.

Il premier (che potrebbe prendere l’interim del Turismo o scegliere, cosa preferibile, un tecnico di spicco del settore anche per uscire dalle clamorose topiche comunicative che hanno contraddistinto l’epoca Santanché) non chiederà al Parlamento un voto di fiducia dopo la disfatta referendaria, non la considera una crisi politica, e non ha in agenda per ora incontri con il presidente della Repubblica.

Ad urne chiuse, Meloni ha subito pensato a un riassetto della sua squadra. E la parola “rimpastotorna a circolare. Nella maggioranza, però, è ben chiaro che sostituire un terzo ministro (dopo Gennaro Sangiuliano, pure lui “gambizzato” da un’inchiesta giudiziaria mentre Raffaele Fitto è stato promosso a vicepresidente della Commissione europea) richiederebbe una nuova fiducia delle Camere. Ma se nuovo voto di fiducia deve essere per inaugurare il Meloni Bis che porterà la legislatura a compimento, sarebbe meglio intervenire anche su quelle caselle ministeriali strategiche dove gli attuali titolari hanno dimostrato un approccio debole e traccheggiante, come Adolfo Urso e Gilberto Pichetto Fratin, rispettivamente ministri all’Industria e all’Energia per dare nuova forza all’azione di governo in ambiti di primaria importanza come le strategie per il rilancio economico nazionale o l’approvvigionamento energetico a condizioni non jugulatorie. E tra i ministri da sottoporre a un consistente tagliando di metà abbondante di legislatura ci sarebbe pure il dicastero retto da Matteo Salvini, con il titolare spesso troppo occupato nelle cose di partito e nelle azioni di filibustering nei confronti degli alleati di governo per occuparsi anche di fare arrivare puntuali i treni od evitare il collasso della rete infrastrutturale del Paese e i ritardi che costellano i numerosi cantieri avviati con il Pnrr.

Altro aspetto da tenere ben in considerazione da parte di Meloni sono le imminenti nomine nella galassia delle partecipate pubbliche, qualcosa come duecento poltrone abbondanti da spartire che necessiterebbero di personaggi al di sopra di ogni sospetto e, soprattutto, di una certa qual capacità professionale che vada oltre l’amichettismo personale o la flessibilità contorsionale. E se per sostituire le caselle al governo è difficile con 3-4 nuove figure è difficile, trovarne 200 e passa diventa quasi sovrumano, anche per un leader dotato di buona volontà che tenta la mossa del cavallo per non fare la fine dei governi delle prime e seconde repubbliche, finiti nella polvere della storia per logoramento e sfinimento.

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