Giorgia Meloni festeggia celebreando a Bari il record di longevità repubblicana del suo governo lanciando di fatto la campagna elettorale delle Politiche 2027 che si preannuncia lunga, specie se dovessero averla vinta quelle forze politiche della sua maggioranza (leggasi Salvini premier) che tentano di arrivare all’ultimo giorno utile per incrociare le urne nella speranza di arginare il tracollo che viene registrato dagli ultimi sondaggi (YouTrend “vede” i salviniani al 4,4%, sempre meno influenti ridotti adun quarto dell’attuale presenza inParlamento, e Forza Italia al 7,1%, mentre Fratelli d’Italia veleggia al 26,5%, con il terzo incomodo di Futuro Nazionale all’arrembaggio con il 7,9%), quando sarebbe utile per il Paese evitare una campagna elettorale troppo lunga andando alle urne in primavera 2027, appena dopo che sia scattata l’agognata pensione per deputati e senatori di prima nomina (circa il 41% degli eletti), attorno al 4 aprile.
Quello di Bari per Meloni è stato un comizio in piena regola tra bilancio del passato, un po’ di programma per il futuro, ma senza annunci clamorosi a parte la conferma dell’estensione della Zes a tutta Italia (ma al Nord senza gli schei che hanno dopato la crescita del Mezzogiorno). «Ci sono stati giorni in cui mi è sembrato di nuotare dentro la colla ma non ho mollato mai e non intendo farlo adesso», l’avvertimento del premier, che per un’ora sul palco lancia affondi alla «sinistra che usa l‘antifascismo come arma di distrazione massa» e uno ai magistrati che, come il gip di Torino del caso di violenza contro una 13enne perpetrata da un extracomunitario del Bangladesh rilasciato dopo appena due giorni di galera, «spezza la catena del lavoro» per la sicurezza del Paese.
Chi si aspettava una sfida a distanza con Roberto Vannacci resta parzialmente deluso. Nessun riferimento esplicito, ma Meloni risponde implicitamente a lui quando dedica un ricordo a Lorena Isceri, rimarcando che «nel femminicidio c’è un’aggravante: si uccide una donna perché osa essere libera, non è cristiano». Sui dossier su cui il generale batte di più tante rivendicazioni, a partire dai migranti («Prima in Ue ci chiamavano estremisti, ora ci copiano»), e impegni, anche contro la «propaganda fondamentalista».
Quello di Bari segna il primo vero rilancio di Meloni a poco meno di sei mesi dalla cocente sconfitta al referendum sulla giustizia e lo fa sfoderando gli artigli del politico di lungo corso nonostante non sia neanche cinquantenne. «Alla nostra classe dirigente dico che dobbiamo fare più e meglio, ma a chi intende ostacolarci dico “mettetevi comodi, non avete capito con chi avete a che fare”». Ancora una volta marca la distanza tra un centrodestra «insieme per costruire idee» e gli avversari «uniti solo per battere noi». Il traguardo finale «è un’Italia che non chiede più il permesso a nessuno» o, peggio, dipende dalle ubbie delle altre capitali europee come accaduto in tante stagioni politiche del recente passato, specie con il centro sinistra al potere.
Meloni difende la riforma elettorale che la prossima settimana è attesa al varo al Senato per poi passare alla ratifica a scatola chiusa con voto di fiducia alla Camera: «chiunque vinca abbia i numeri per governare 5 anni, niente ribaltoni o governi di palazzo come vorrebbe il Pd anche questa volta, niente compromessi, ma governi scelti dai cittadini». Anche se glissa ancora sul sistema elettorale da proporre ai cittadini, anche per riportare gli elettori alle urne chiudendo l’epoca delle liste bloccate e dei candidati a scatola chiusa senza possibilità di scelta. E il sistema a doppio turno con ballottaggio proposto da un vecchio saggio della politica come Marcello Pera sarebbe il migliore esistente sulla piazza.
L’elenco delle rivendicazioni è lungo, a partire dai conti tenuti «in ordine perché siamo patrioti» oltre a un elogio della stabilità, che «non è stata un vezzo ma uno scudo» in quasi quattro anni ricchi di crisi internazionali ed emergenze interne. La stabilità «è la prima grande riforma», sottolinea.
Oggettivamente scarsino il bilancio delle riforme annunciate ma di fatto non realizzate, vuoi per referendum falliti, vuoi per le “manine” e i “non possumus” calati ora dal Quirinale o dalla Corte costituzionale. Di quelle previste nel programma resiste solo l’Autonomia differenziata, per altro decisamente annacquata rispetto alle premesse, e nel discorso non ci sono riferimenti al referendum sulla giustizia perso né al premierato. Mai citata anche l’Ucraina. E pure il passaggio sulle spese per la difesa è ben calibrato: «so che ha un costo dirlo, ma sono un politico serio, non possiamo permetterci di lasciare la nostra nazione esposta: la a sicurezza è la precondizione perché la libertà esista».
Il tema più impellente è il caro carburanti, e il premier conferma che il tempo dei tagli alle accise è finito: «altri provvedimenti sono in arrivo, ma questa volta mirati: non possiamo permetterci di spendere soldi per darli a chi non ne ha bisogno o viene a fare benzina dalla Francia». «Intendiamo aumentare la quota di petrolio e di gas che si può estrarre nei nostri mari, perché non ha senso andare a comprare il petrolio in Qatar se ce lo abbiamo in Basilicata» annuncia poi Meloni rendendosi finalmente conto che stare solo a guardare mentre altri estraggono a manetta gas metano dai fondali dell’Adriatico prelevando pure la quota spettante all’Italia è un po’ da fessacchiotti.
Alla ribalta barese, gli altri partiti della maggioranza hanno avuto un ruolo da comprimario, con l’unico presente Maurizio Lupi di “Noi Moderati” (quotato da YouTrend allo 0,9%) che rivendica la «vittoria di democrazia» sulle preferenze, mentre appaiono in videocollegamento Matteo Salvini che ricorda Silvio Berlusconi e Umberto Bossi, «due giganti del centrodestra che festeggiano da lassù il record del governo», e Antonio Tajani assicura che «non esiste un’alternativa al governo di centrodestra».
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