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Pagamenti per i professionisti che lavorano per la pubblica amministrazione: autogol del governo Meloni

Inutile complicazione vessatoria verso 5 milioni di lavoratori già soggetti in molti casi alla ritenuta d’acconto del 20% sulle loro parcelle e al prelievo annuale del 26% sulla rivalutazione annuale dei montanti delle casse pensionistiche privatizzate.

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Pagamenti per i professionisti governo meloni
Il premier Giorgia Meloni.

Pagamenti per i professionisti che lavorano con la pubblica amministrazione: le categorie dei lavoratori autonomi e professionali sono sul piede di guerra contro il governo Meloni che nella manovra 2026 ha inserito un’inutile complicazione vessatoria e burocratizzante per vedere liquidate le proprie spettanze economiche, tanto che da più categorie professionali si sta valutando il ricorso alla Corte costituzionale, sempre che la norma sia approvata definitivamente, per la palese discriminazione tra lavoratori dipendenti ed autonomi, con quest’ultimi già pesantemente vessati da fisco e burocrazie varie, oltre che privi di gran parte delle tutele sociali previste solo per i primi. Oltre ad essere gli unici soggetti sull’esproprio del 26% sulla rivalutazione annuale del montante pensionistico, a differenza degli iscritti Inps tenuti esenti.

Insomma, se questa proposta del governo Meloni verrà approvata rischia di essere un pericoloso scivolone nel consenso di oltre 5 milioni di lavoratori, fondamentali per qualsiasi schieramento per vincere le prossime elezioni.

Quello che è maggiormente preoccupante è la riformulazione (ulteriormente restrittiva) fatta dal ministero dell’Economia, retto dal salviniano Giancarlo Giorgetti, della disposizione della manovra economica, arrivata nella commissione Bilancio del Senato: la nuova norma vincola il saldo delle parcelle dei professionisti che operano per la pubblica amministrazione alla loro regolarità fiscale e contributiva, estendendo il blocco al pagamento a tutti gli emolumenti, inclusi quelli dovuti da soggetti diversi dalla pubblica amministrazione per incarichi con compensi «a carico dello Stato».

Un vincolo che è risultato indigesto a diversi parlamentari di centrodestra (uno su tutti il deputato salviniano (transfuga da FdI), Andrea de Bertoldi, commercialista di professione, che ha parlato di un «trattamento inopportuno» riservato ai professionisti), mentre si è levata l’indignazione delle categorie.

«E’ quantomai necessario sostenere in questa manovra i nostri professionisti già vessati da inutili lacci e lacciuoli burocratici. Per questa ragione è opportuno che la maggioranza faccia retromarcia e che si torni alla prima versione dell’articolo 129 comma 10 del DDL di bilancio. Se questa norma venisse approvata, comporterebbe il blocco del pagamento nei confronti dei professionisti, e in particolar modo degli avvocati, qualora si trovassero ad avere situazioni anche soltanto di presunta pendenza nei confronti dello Stato. Qualcosa di inconcepibile che deve essere rivisto e, possibilmente, accantonato» ha detto il senatore di Fratelli d’Italia, Matteo Gelmetti, componente della Commissione Bilancio di Palazzo Madama.

Il Consiglio nazionale forense, per bocca del presidente Francesco Greco, già ad ottobre aveva lanciato l’allarme, sottolineando come «un dipendente, se inadempiente agli obblighi fiscali, anche di importo rilevante, mantiene il diritto, ovvio e corretto, alla retribuzione». Non solo: «si tratta di una misura vessatoria e discriminatoria, che lede il diritto al lavoro in una fase economica già critica per i ceti professionali, viola il principio costituzionale di eguaglianza e la direttiva europea 2011/7/Ue sui ritardi di pagamento, e crea una disparità ingiustificata tra chi opera con clienti privati e chi lavora con la pubblica amministrazione, prevedendo il blocco dei compensi anche in presenza di irregolarità solo contestate o non definitive – specifica Greco -. E ancora più grave è l’emendamento del governo, presentato nonostante la recentissima condanna della Cedu all’Italia per i ritardi nei pagamenti agli avvocati nei casi di patrocinio a spese dello Stato, che estende la norma addirittura ai compensia carico dello Stato”: un intervento che rischia di paralizzare l’istituto, con danno diretto per i cittadini più fragili».

Critiche alla norma anche dai vertici dell’Adepp (l’organismo delle Casse previdenziali) Alberto Oliveti e Tiziana Stallone.

Professionisti Insieme, l’associazione che raccoglie alcuni grandi ordini professionali, guidata dal presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti Elbano de Nuccio, ne ha reclamato l’abolizione: «l’introduzione di un sistema di verifica preventiva che obbliga la pubblica amministrazione committente a controllare la regolarità della posizione dei professionisti, tenuti a loro volta a chiedere agli enti preposti una certificazione della regolarità della posizione previdenziale (equivalente al Durc) alla Cassa di appartenenza e un attestato di conformità fiscale all’Agenzia delle Entrate, si trasformerà in un ulteriore aggravio burocratico per le amministrazioni deputate ai controlli che dovranno assicurare l’espletamento della verifica».

Sulla stessa linea il presidente di Confcommercio professioni, Anna Rita Fioroni, che parla di una «condizione vessatoria. Ci domandiamo il perché di questa provadiabolicaa carico dei professionisti, quando a nessun altro viene chiesta. Peraltro già oggi c’è una previsione vigente che inibisce il pagamento di somme superiori a 5.000 euro, se ci sono importi iscritti a ruolo a carico del professionista».

La “manina” che ha inserito la norma nel testo della manovra 2026 rischia di essere un boomerang, anche perché per le prestazioni rese dai professionisti ad un soggetto commerciale o a una pubblica amministrazione sono soggette alla ritenuta alla fonte del 20%, cosa che previeneab origine” le possibilità di evasione.

Molto meglio provvedere ad una rapida retromarcia e, se il provvedimento avesse dovuto assicurare qualche maggiore entrata al bilancio dello stato, meglio rivolgersi al ricchissimo fronte degli sprechi o a provvedimenti come quello dell’ennesima rottamazione, quella sì che incentiva la mancata regolarità fiscale e contributiva, con una previsione di costo di ben 2 miliardi.

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