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Piano ”RepowerEu” prosegue piano, quasi fermo: spesi solo 54,3 dei 300 miliardi stanziati

Il feticcio della transizione energetica dalle fonti fossili e l’emancipazione dalle forniture russe è praticamente fallito, quando per l’Ue sarebbe necessario investire nella raffinazione e nella produzione di gas.

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piano repowereu

Quando l’ideologia del feticcio ambientalista del “Green Deal” si sposa male con la realtà i risultati appaiono con chiarezza nei fondi realmente impiegati dai paesi Ue per compiere la transizione energetica e l’affrancamento dalle forniture energetiche russe, visto che i 27 paesi Ue hanno impiegato solo 54,3 miliardi dei 300 stanziati dalla Commissione Ue nel piano “RepowerEu“, come evidenzia la relazione della Corte dei conti Ue.

Secondo la magistratura contabile comunitaria, il piano “RepowerEu” «procede a stento» e ha bisogno di una «forte scossa» per centrare i propri obiettivi. Per i revisori di Lussemburgo, il piano non dispone di strumenti di gestione sufficientemente efficaci per guidarne l’attuazione e monitorarne in modo affidabile i risultati.

Tra le criticità evidenziate soprattutto quella degli investimenti: Bruxelles aveva stimato in circa 300 miliardi di euro il fabbisogno aggiuntivo necessario entro il 2030 per centrare gli obiettivi del piano, ma gli Stati membri hanno impegnato attraverso i capitoli del piano “REPowerEU” dei rispettivi piani di ripresa e resilienza appena 54,3 miliardi, meno di un quinto della cifra stimata.

Poi, sul fronte della dipendenza energetica dalla Russia – si osserva nel report della magistratura contabile europea – le importazioni di petrolio russo sono diminuite drasticamente, mentre anche quelle di gas sono calate ma non troppo.

Di fatto, la strategia del “Green Deal” continua ad infliggere inutili e pesanti danni all’economia europea nel tentativo di una transizione energetica concretamente impossibile da realizzare secondo gli obiettivi ideologici indicati dalla Commissione, quando sarebbe necessario un percorso opposto, a partire da maggiori investimenti per recuperare la capacità di raffinazione europea di petrolio per rafforzare l’autonomia energetica strategica continentale e non dipendere dalle importazioni di prodotto finito, a partire da gasolio e cherosene, esposti ad eccessivi rischi geopolitici – come i conflitti – o speculativi.

E i rischi sono tanto più forti in vista della stagione fredda, visto che gli stoccaggi di gas metano medi in Europa sono bassi, con solo l’Italia in posizioni di sufficiente sicurezza, mentre realtà come la Germania sono in forte ritardo, con la possibilità di attivare una corsa rialzista alle quotazioni del metano se le condizioni climatiche dovessero rapidamente virare su un calo delle temperature, con una forte spinta ai consumi per il riscaldamento con conseguenti ripercussioni sulle bollette europee, italiane comprese.

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