Mentre attorno alla concessione della maggiore autonomia alle regioni ordinarie che la richiedano in base all’art. 116 della Costituzione monta la protesta da parte di tanti amministratori del Centro e Sud Italia, nessuno fiata sul procedimento di revisione costituzionale dell’articolo 114 con cui si concedono a Roma Capitale i poteri di autonomia tipici di una regione, quasi trasformandolo in una sorta di distretto federale, pur sempre non riconoscendo una riforma in senso federale dell’attuale assetto regionalistico che mostra tutti i suoi limiti, specie in fatto di responsabilità degli amministratori locali nel gestire correttamente gli enti loro affidati.
«Abbiamo predisposto una serie di emendamenti al ddl costituzionale che modifica l’art. 114 della Costituzione in materia di Roma Capitale, per estendere a tutte le città metropolitane, ad esempio Milano, Venezia, Torino, ma anche Napoli e Palermo, le stesse attribuzioni previste al momento solo per Roma. L’obiettivo è di incoraggiare i parlamentari eletti al Nord, di qualsiasi partito, a presentarli e a votarli, e a non approvare il testo attuale che riconosce a Roma privilegi immotivati» afferma il segretario di Patto per il Nord, Paolo Grimoldi.
«Gli emendamenti proposti sono il frutto del lavoro congiunto insieme all’ex senatore leghista Paolo Franco, molto attivo per la promozione dell’Autonomia veneta – continua Grimoldi -. I profondi cambiamenti sociali, economici e urbanistici, che hanno avuto luogo negli ultimi due decenni, hanno annullato le differenze strutturali tra la capitale e le Città metropolitane, poiché anche queste ultime devono affrontare problematiche assolutamente comparabili nella organizzazione e nel governo del territorio. E’ dunque necessario che le prerogative pensate per Roma Capitale vengano estese anche alle Città metropolitane, nel rispetto dei principi costituzionali di uguaglianza, adeguatezza e sussidiarietà».
Sulla questione interviene anche il segretario del Partito Popolare del Nord, l’ex senatore leghista ed ex ministro Roberto Castelli, che sferza la politica: «perché solo Roma? Dove sono i parlamentari Lombardi e Veneti che hanno ereditato il mandato popolare dei Referendum sull’Autonomia del 2017? Perché non si danno le stesse opportunità a Milano e Venezia?»
Di qui l’appello di Castelli e del suo vice Francesca Losi ai parlamentari tutti di presentare entro la scadenza del 22 dicembre prossimo emendamenti per equiparare le città metropolitane a Roma Capitale, senza creare nuovi figli e figliastri tra le istituzioni locali. «Milano è di fatto la Capitale economica e finanziaria del Paese. Il ministro Calderoli è venuto al Nord a distribuire le briciole di quattro funzioni cadute dal tavolo romano, come gentile concessione elettorale, quando le 23 materie sono un diritto costituzionale: è un insulto alla nostra intelligenza e alla nostra gente. Ricordo che ogni anno il Nord lascia nelle casse romane 100 miliardi di tasse che non tornano più sui territori che le hanno prodotte con sacrificio e con lavoro, con una pressione fiscale che non ha eguali nel mondo».
Intanto Roma passa alla cassa grazie all’emendamento di Fratelli d’Italia approvato dalla commissione Bilancio della Camera che ha stanziato a carico della fiscalità generale 548 milioni di euro di contributo straordinario per fare uscire l’amministrazione comunale dalla gestione commissariale per via del debito mostruoso accumulato dal 2008 ad oggi a tutte le amministrazioni – quasi tutte di centro sinistra – di ben 22 miliardi di euro che dal 2011 ad oggi ha comportato l’applicazione della quota massima dell’addizionale comunale Irpef allo 0,9%, cosa che potrebbe consentire al sindaco Dem Gualtieri di ridurre il balzello gravante sui contribuenti cittadini.
E visto che l’appetito vien mangiando, il presidente del Lazio, Francesco Rocca (FdI) punta a ripetere anche per la regione quanto fatto dal governo a favore della capitale, visto il debito accumulato e l’addizionale regionale applicata sui contribuenti Irpef.
Ma alla fine è che tutti i debiti delle amministrazioni locali in stato di dissesto vengano traslate sul bilancio statale e, quindi, su tutti i contribuenti, anche quelli che abitano in territori ben amministrati e privi di debiti, complice anche la recente sentenza della Corte di giustizia europea. Se uno scenario dovesse malauguratamente materializzarsi, dovrebbe almeno avere la decenza politica di accompagnare l’ennesimo esproprio con il commissariamento governativo delle amministrazioni dissestate e il bando per almeno 10 anni da ogni incarico di gestione pubblica per gli amministratori responsabili dei buchi di bilancio.
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