L’aumento sostanziale dei conflitti negli ultimi 15 anni, saliti a livelli mai visti dalla Seconda guerra mondiale, ha innescato una nuova corsa agli armamenti, mettendo la parola fine al lungo periodo di pace scaturito con la Guerra Fredda: nel periodo 2020-24, il 50% dei Paesi a livello mondiale ha rafforzato la spesa per la difesa e, a partire dal 2024, quasi il 40% ha destinato oltre il 2% del Pil alla difesa, dal 27% del 2018.
L’indagine del Fmi nei capitoli del “World economic outlook” dedicati alla spesa per la difesa, ai conflitti e alla ripresa, evidenzia una traiettoria al rialzo della spesa per la difesa a conferma di una maggiore instabilità geopolitica. I Paesi della Nato, ad esempio, si sono impegnati a giugno 2025 a portare la spesa annuale al 5% del Pil entro il 2035, più del doppio del precedente 2%, in uno scenario che vede la Polonia nel ruolo di apripista nell’Alleanza, con il suo 4,5%.
Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), le vendite di armi da parte delle 100 maggiori aziende produttrici di armi al mondo sono raddoppiate in termini reali negli ultimi due decenni. Mentre, appena nel 2024, più di 35 Paesi, di cui la metà circa classificata come stati fragili e colpiti da conflitti, hanno vissuto situazioni di guerra all’interno del proprio territorio.
Sempre nel 2024, circa il 45% della popolazione mondiale si è concentrata in Paesi interessati da conflitti, che spaziano da schermaglie di confine localizzate a guerre su vasta scala, nella stima più ampia degli esperti del Fondo monetario internazionale. Il boom della spesa per la difesa spesso indebolisce equilibri fiscali ed esterni, alimentando gli scontri sullo scambio tra “cannoni e burro”, la solita diatriba tra guerrafondai e pacifisti.
Al contrario, in tempo di pace il cambio di politiche tende ad accrescere la produzione senza peggiorare il debito né spiazzare la spesa sociale. Sul punto, l’esempio “virtuoso” menzionato dal Weo del FMI è la Polonia: dopo aver donato parti rilevanti del suo arsenale all’Ucraina nel 2022, Varsavia si è mossa per ricostruire e modernizzare le sue forze armate. Tra il 2021 e il 2025, la spesa per la difesa è salita dal 2,2% al 4,5% del Pil, fino a 46,7 miliardi di dollari, facendo di quello polacco il quinto budget più elevato in Europa.
Nel complesso, la Polonia ha visto più investimenti in equipaggiamenti (saliti dallo 0,7% al 2,4% del Pil), tra più acquisti all’estero (da Corea del Sud e Usa) e più produzione interna. Il personale militare è passato dalle 116.200 unità del 2020 alle 233.800 del 2025 (pari al numero di forze armate permanenti più alto in Europa), non con la coscrizione obbligatoria, ma con l’espansione del reclutamento e sull’aumento degli stipendi. Dato l’iniziale basso livello del debito pubblico (il 48% del Pil nel 2022) e la facile accessibilità ai finanziamenti, l’incremento della spesa è stato finanziato quasi interamente con l’aumento del deficit, tutto sommato contenuto.
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