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Sul fisco aumentano le disparità fra tipologie di reddito

Il Rapporto sulla politica di bilancio dell’Ufficio parlamentare di bilancio. I redditi reali sono inferiori dell’8% rispetto al 2020 e i rinnovi contrattuali hanno limitato sono in parte la perdita di potere d’acquisto. Il ruolo del Pnrr nel sostenere l’economia nazionale.

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fisco Ufficio parlamentare di Bilancio

L’accresciuta progressività dell’Irpef sui redditi di lavoro dipendente e l’ampliamento dei regimi sostitutivi ad aliquota piatta (flat tax) allontanano l’obiettivo di graduale perseguimento dell’equità orizzontale del fisco secondo il Rapporto sulla politica di bilancio appena presentato al Parlamento dall’Ufficio parlamentare di bilancio da parte del presidente Lilia Cavallari.

Il rafforzamento degli strumenti digitali in ambito fiscale ha contribuito a limitare le opportunità di evasione e a favorire l’adempimento spontaneo. Secondo il Documento di finanza pubblica nel 2025 l’attività di recupero del fisco ha raggiunto 36,2 miliardi, ma l’Italia continua a presentare uno dei più bassi livelli di fedeltà fiscale dell’Unione europea. In particolare, permangono rilevanti fenomeni di evasione dell’Irpef da lavoro autonomo, inefficienze nella riscossione delle amministrazioni locali e ampi margini di miglioramento nell’analisi dei dati per individuare i rischi di evasione.

Per quanto riguarda le imprese, il sistema delle agevolazioni si è progressivamente stratificato in un quadro complesso e disorganico che richiede un riordino orientato alla stabilità e all’efficacia degli interventi. Occorre individuare criteri chiari per selezionare gli investimenti meritevoli di sostegno, concentrando le risorse nei settori strategici e a favore delle imprese con minore capacità di investimento, evitando la dispersione delle risorse pubbliche ed eccessivi oneri amministrativi per le aziende. Il riordino degli incentivi dovrebbe essere accompagnato da una revisione del fisco d’impresa coerente con i principi della riforma fiscale. Favorire il reinvestimento degli utili, la patrimonializzazione e l’innovazione tecnologica consentirebbe di utilizzare la leva fiscale come strumento di crescita economica, rafforzando competitività e capacità di innovazione senza compromettere la neutralità del sistema tributario.

Il mercato del lavoro, secondo il Rapporto dell’Upb, ha continuato a espandersi, con salari reali molto bassi. Nel 2025 gli occupati sono aumentati di circa 180.000 unità, soprattutto tra le donne e tra i lavoratori oltre i 50 anni; il tasso di disoccupazione è quindi sceso al 6,1%. Il tasso di inattività, in lieve diminuzione, è rimasto superiore ai livelli osservati nei principali partner europei. Le retribuzioni contrattuali sono cresciute del 3,1%, favorendo un recupero del potere d’acquisto; in termini reali, tuttavia, i salari rimangono inferiori di oltre l’8% rispetto ai valori medi del 2020.

Nel 2025 il deficit delle amministrazioni pubbliche è sceso al 3,1% del Pil (dal 3,4% del 2024), risultando inferiore di 0,2 punti rispetto all’obiettivo del Piano strutturale di bilancio. L’avanzo primario è salito allo 0,8% del Pil (dallo 0,5%) e la crescita della spesa netta è stata sopra ai limiti stabiliti dalla Ue ma per la Commissione europea l’Italia ha nel complesso rispettato le regole.

Secondo il Documento di finanza pubblica 2026, il deficit scenderebbe al 2,9% nel 2026, ponendo le basi per l’uscita dalla procedura per i disavanzi eccessivi nel 2027, e, a legislazione vigente, diminuirebbe lungo l’orizzonte di previsione, fino a raggiungere il 2,1% nel 2029. La spesa per interessi, stabile al 3,9% del Pil nel 2025, è però attesa in aumento fino al 4,5% nel 2029, per effetto del rialzo dei rendimenti.

Secondo il presidente dell’Upb Cavallari, «il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha costituito uno dei principali motori della crescita economica italiana dopo la pandemia. Le stime dell’Ufficio parlamentare di bilancio indicano che gli investimenti addizionali del Piano hanno fornito un contributo significativo all’espansione dell’attività economica: l’impatto sul livello del Pil raggiungerebbe il picco nel 2026, con un effetto pari a circa 1,8 punti percentuali dall’inizio del Piano. Più incerta è la valutazione degli effetti di lungo periodo – ha sottolineato -, che dipenderanno dalla entrata a regime delle riforme previste dal Piano e dalla traduzione degli investimenti in un aumento permanente della capacità produttiva. Vi sono segnali incoraggianti. Simulazioni dell’Upb suggeriscono che investimenti pubblici a elevato grado di efficienza e complementarità con il capitale privato potrebbero avere effetti rilevanti sul Pil ben oltre la conclusione del Piano (2,6 per cento al 2030)».

Il lascito effettivo del Piano dipenderà dalla capacità di trasformare strumenti e pratiche sviluppate in questi anni in un rafforzamento stabile dell’amministrazione ordinaria: competenze tecniche, infrastrutture digitali, cooperazione sovracomunale e capacità di monitorare l’intero ciclo delle opere. La sfida sarà trasformare gli investimenti in un aumento permanente della produttività e del potenziale di crescita ed evitare che l’esaurimento delle risorse del Piano si traduca in un rallentamento delle riforme.

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