Negli ultimi anni, il fenomeno dei pensionati italiani che si trasferiscono all’estero ha assunto una rilevanza sempre maggiore. La cosiddetta “emigrazione previdenziale” si configura ormai – spiega l’Istat nel report diffuso sugli italiani all’estero – come una tendenza strutturale, in parte riconducibile a vantaggi di natura fiscale o a un costo della vita inferiore a quello italiano, il che consente di beneficiare di un potere d’acquisto superiore a parità di trattamento pensionistico. Ai fattori economici si affiancano poi motivazioni di natura familiare, legate anche al ricongiungimento con figli o nipoti già residenti all’estero.
Al 31 dicembre 2024 i cittadini italiani residenti all’estero titolari di un trattamento pensionistico sono 347.000. La maggior parte risiede in Europa (54%), seguono coloro che risiedono nel continente americano (39,6%), in Oceania (3,6%), in Africa (1,8%) e, infine, in Asia (1,1%).
Il 72% dei pensionati residenti all’estero è nato in Italia, pari a circa 250.000 persone, in maggioranza uomini. Il restante 28% è nato all’estero (poco più di 97.000 individui), gruppo nel quale le donne rappresentano il 62%. La Spagna (13.000) e il Portogallo (4.000) sono tra i Paesi con la maggiore presenza di pensionati italiani residenti, destinazioni che risultano favorite per ragioni legate al costo e alla qualità della vita o a benefici fiscali, ma ridotte rispetto a solo pochi anni fa, specie per il Portogallo.
Al di fuori dei confini europei si segnala la Tunisia, con 3.000 pensionati italiani, il 91,5% dei quali è nato in Italia. Tra i Paesi europei figurano anche la Croazia (3.000) e la Romania (2.500) dove circa un pensionato italiano su tre risulta nativo di questi due Paesi. Un caso esemplare, quest’ultimo, rileva l’istituto di statistica, di cittadini italiani per acquisizione che compiono una migrazione di ritorno nel Paese di origine.
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