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Produzione olearia: quella italiana in vetta per prezzo medio rispetto ai concorrenti internazionali

L’Italia paga lo scotto del calo delle aree coltivate ad olivo (-7,1% in 10 anni).

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Produzione olearia olio italiano

La produzione olearia internazionale registra il forte posizionamento dell’olio italiano rispetto ai diretti concorrenti dell’area Mediterranea a dicembre 2025: il prezzo dell’Evo (olio extravergine dell’ultima frangitura) italiano ha spuntato nei listini il prezzo medio di 7,58 €/kg, pari a 1,5 volte quello greco (5,05 €/Kg), 1,7 volte l’Evo spagnolo (4,54 €/Kg) e 2,1 volte quello tunisino (3,68 €/Kg) secondo i risultati di un’indagine dell’Area Studi Mediobanca.

L’indagine evidenzia le buone prestazioni dell’olio italiano sui mercati internazionali, ma anche fragilità del comparto olivicolo nazionale che è in carenza produttiva e disavanzo commerciale strutturale. In calo inoltre i consumi interni del 4%, con l’Italia che si attesta in terza posizione con una quota sui quantitativi totali del 12,3%.

Dal 2014 al 2024, secondo l’analisi Mediobanca, la Sau (superficie agricola utilizzata) nazionale destinata alla coltivazione di olivi si è ridotta del 7,1%, nonostante anche il forte impatto paesaggistico della pianta d’olivo nei territori vocati. La Puglia è la prima regione italiana per produzione di olio d’oliva con il 45,1% del totale nazionale, nonostante i danni causati dalla xilella e dall’abbattimento indiscriminato di centinaia di migliaia di olivi. Completano il podio della produzione olearia nazionale la Sicilia (10,7%) e la Calabria (10,3%); seguono Toscana (8,3%) e Lazio (6,8%). E nella tendenza decennale di abbandono dell’olivicoltura spicca la Calabria (30,4% della Sau ragionale, -6,7% sul 2014), seguita dalla Puglia (27,3% della Sau, -2,7%). In crescita del 32,4% la Sau coltivata con olivi della Lombardia, che tuttavia incide poco sul totale regionale (0,3%).

La produzione olearia italiana ha un rilevante peso nel commercio internazionale: nel 2024, evidenzia l’area studi Mediobanca, l’Italia, nonostante la storica carenza produttiva, è seconda sia per esportazioni mondiali, con 2,8 miliardi di euro dopo la Spagna (5,1 miliardi) e prima del Portogallo (1,5 miliardi), che per importazioni con 2,9 miliardi, dopo gli Stati Uniti (3 miliardi) e prima della Spagna (1,4 miliardi). Metà dell’export italiano di olio d’oliva si concentra in tre Paesi: Stati Uniti (32,2% dei quantitativi complessivi nel 2024), Germania (14%) e Francia (6,8%). Mentre l’olio importato proviene principalmente da Spagna (56,8%), Grecia (17,5%) e Tunisia (14%), con quest’ultima destinata a crescere ulteriormente se la Commissione Ue accetterà la proposta di Tunisi di raddoppiare il quantitativo esportato senza dazio.

La bilancia commerciale italiana, precisa l’analisi Mediobanca, è in disavanzo strutturale. E la produzione interna (300.000 tonnellate attese per il 2025-26, +21% sul 2024-25) non riesce a sostenere i consumi nazionali (470.000 tonnellate) rendendo necessario il ricorso a importazioni (570.900 tonnellate) che superano le vendite all’estero (371.000 nel 2025-26).

Buona la performance dei maggiori produttori italiani di olio d’oliva: le vendite sono cresciute ad un tasso medio annuo del 7%, più del resto del settore alimentare (CAGR +4,4%) e quasi il doppio della manifattura (+3,9%). All’estero va il 35,4% del giro d’affari (+5,4 punti percentuali sul 2015); meglio solo i produttori di bevande (39,1%, +2,4 punti).

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