L’economia italiana nel 2026 cresce più di quanto si prevedesse soltanto pochi mesi fa e cambia anche la composizione della crescita: a sostenere il Pil è soprattutto la domanda interna, mentre il contributo dell’estero diventa negativo. La previsione di aumento del prodotto per il 2026 è stata portata all’1%, contro lo 0,6% stimato in primavera: quattro decimi di punto in più, equivalenti a una revisione al rialzo di circa il 67% rispetto alla precedente previsione.
Un’analisi del Centro studi di Unimpresa individua nel rafforzamento della componente domestica uno dei segnali più interessanti per le prospettive dell’economia italiana. Il miglioramento del 2026 arriva dopo la revisione al rialzo dei dati relativi agli anni precedenti. La crescita reale del Pil del 2024 è stata rivista all’1,1%, tre decimi in più rispetto alle precedenti valutazioni, mentre quella del 2025 è stata portata allo 0,6%, con una correzione positiva di un decimo. A metà 2026, la crescita acquisita per l’intero anno è già pari allo 0,8%, rendendo più solida la previsione di un aumento dell’1% nell’intero esercizio.
Nel 2026 la domanda nazionale al netto delle scorte fornisce un contributo positivo di 1,4 punti percentuali al Pil, mentre le esportazioni nette sottraggono 0,2 punti e la variazione delle scorte fornisce un apporto negativo per altri 0,2 punti. Il motore dell’espansione è quindi prevalentemente interno. Il fenomeno non significa che l’Italia stia perdendo la propria capacità di esportare. Nel 2026 le esportazioni di beni e servizi sono previste in aumento del 3,2% in termini reali, ma le importazioni crescono ancora più velocemente, del 3,9%.
È proprio il rafforzamento della domanda interna, che aumenta anche gli acquisti dall’estero, a determinare il contributo negativo delle esportazioni nette. Sul fronte domestico, nel 2026 i consumi delle famiglie aumentano dell’1,2%, mentre gli investimenti fissi lordi crescono del 2,8%, dopo il +3,9% registrato nel 2025. È soprattutto quest’ultima componente a mostrare una dinamica nettamente superiore a quella del Pil, confermando il ruolo dell’accumulazione di capitale nella fase attuale dell’economia italiana.
La composizione della crescita appare rilevante anche in prospettiva. Nello scenario programmatico, la domanda nazionale al netto delle scorte continuerebbe a fornire un contributo positivo pari a 0,9 punti nel 2027, 1 punto nel 2028 e 0,8 punti nel 2029. Il contributo dell’estero netto sarebbe invece pari a zero nel 2027, negativo per 0,1 punti nel 2028 e sostanzialmente nullo nel 2029. La traiettoria del Pil proseguirebbe con una crescita dello 0,8% nel 2027, dello 0,9% nel 2028 e dello 0,8% nel 2029. Il risultato del 2026 appare dunque particolarmente importante perché rappresenta il punto di partenza di una fase nella quale consumi e investimenti assumono un peso crescente nel sostenere l’attività economica.
«La revisione della crescita del 2026 dallo 0,6% all’1% è un segnale importante perché dice che l’economia italiana sta mostrando una capacità di tenuta superiore alle aspettative. Quattro decimi di punto possono sembrare una differenza contenuta, ma in una fase internazionale caratterizzata da tensioni geopolitiche, barriere commerciali e forte incertezza rappresentano un risultato tutt’altro che scontato – commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi -. Consumi e soprattutto investimenti stanno sostenendo l’attività economica e questo significa che la crescita diventa più italiana, cioè maggiormente alimentata dalle famiglie e dalle imprese che operano sul mercato nazionale».
Per Longobardi «la novità è che alla tradizionale capacità delle imprese italiane di competere sui mercati internazionali può affiancarsi una domanda domestica più robusta. Avere due motori è certamente meglio che dipendere da uno soltanto. Per le piccole e medie imprese questo cambiamento è particolarmente importante. Una parte rilevante del nostro tessuto produttivo vive soprattutto della domanda italiana: consumi delle famiglie, investimenti delle altre imprese, edilizia, servizi e commesse interne. Quando riparte questo circuito, gli effetti della crescita possono distribuirsi in maniera più capillare sul territorio e raggiungere anche aziende che non esportano direttamente. La legge di bilancio deve partire da qui. Non abbiamo bisogno di disperdere risorse in una moltitudine di interventi temporanei: occorre rafforzare i fattori che stanno già funzionando. Significa sostenere gli investimenti privati, facilitare il credito, alleggerire il carico fiscale sulla crescita delle imprese e continuare a favorire il recupero del potere d’acquisto delle famiglie».
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