Circa il 60% dei lavoratori nelle economie europee avanzate è occupato in professioni fortemente esposte agli effetti dell’adozione dell’intelligenza artificiale (AI), contro il 45% nell’Europa emergente e il 40% a livello mondiale. È quanto emerge da un documento del Fondo monetario internazionale presentato all‘Ecofin informale di Dublino, dedicata all’impatto economico dell’IA in Europa e aperta da una presentazione del direttore generale del Fmi, Kristalina Georgieva.
Secondo il Fondo, la metà dei lavori fortemente interessati dall’AI sono professioni in cui la tecnologia può affiancare i lavoratori e aumentarne la produttività, come nel caso di professionisti, giudici e dirigenti. Nell’altra metà, caratterizzata da minore complementarità e maggiore sostituibilità, il rischio di perdere il posto è invece più elevato, come per alcune mansioni amministrative e alcuni impieghi nel commercio al dettaglio. L’impatto complessivo sull’occupazione resta però incerto: il Fmi sottolinea che non è ancora possibile stabilire quanti posti di lavoro saranno creati, sostituiti o resteranno invariati e con quale velocità avverrà il passaggio da un’attività all’altra.
Sul fronte della crescita, il Fondo stima che per l’Europa i guadagni cumulati di produttività nell’arco di cinque anni possano attestarsi in media attorno all’1%, pur in un quadro di forte incertezza legato anche alla velocità di adozione dell’AI. Per l’Italia, il grafico allegato al rapporto colloca la stima centrale dei guadagni di produttività anch’essa attorno all’1% in cinque anni. Il Paese resta però nelle retrovie europee per grado di preparazione all’AI, misurato dal Fondo sulla base di infrastrutture digitali, innovazione e integrazione, capitale umano e politiche, regolamentazione ed etica.
Il Fmi avverte che l’arrivo dell’intelligenza artificiale sta già modificando la domanda di lavoro, aumentando la richiesta di nuove competenze avanzate e riducendo quella per alcune mansioni di routine. Il rischio è che il divario tra competenze richieste e disponibili si allarghi e che i salari si aggiustino in modo diseguale tra le diverse professioni, aumentando le disparità di reddito all’interno dei Paesi.
La capacità di adattamento non sarà uguale per tutti. I lavoratori laureati tendono a essere meglio preparati a sfruttare la complementarità con l’AI o a spostarsi verso professioni meno esposte al rischio di sostituzione. Anche i giovani potrebbero adattarsi più facilmente a nuovi percorsi professionali, ma il Fondo segnala un rischio crescente proprio per i posti di ingresso nel mercato del lavoro, solitamente riservati ai giovani, perché l’AI sta assumendo alcune delle mansioni di routine che tradizionalmente consentivano di iniziare una carriera.
Differenze possono emergere anche tra uomini e donne. La maggiore esposizione femminile all’AI, legata alla diversa composizione settoriale dell’occupazione, può tradursi secondo il Fmi sia in maggiori opportunità sia in maggiori rischi. Per accompagnare la trasformazione, il Fondo indica come prioritarie politiche attive del lavoro, riqualificazione, formazione permanente e sistemi educativi capaci di sviluppare creatività e capacità di soluzione dei problemi complementari all’AI.
Anche la politica di bilancio, osserva il documento, può avere un ruolo nel modernizzare i sistemi di assicurazione contro la disoccupazione e di sostegno al reddito, senza ridurre gli incentivi alla partecipazione al mercato del lavoro. Più in generale, il Fmi ritiene che l’adozione dell’AI renda ancora più urgente il completamento del mercato unico e il rafforzamento delle riforme strutturali favorevoli alla produttività.
L’Europa non può permettersi di perdere la rivoluzione dell’intelligenza artificiale dopo aver già mancato quella digitale. È l’avvertimento lanciato dal commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis dall’Ecofin informale di Dublino. «È importante che l’Unione europea non perda ora la rivoluzione dell’intelligenza artificiale, che può avere effetti ancora più trasformativi» sulla produttività e sulla distribuzione dei redditi, ha sottolineato Dombrovskis. «Se guardiamo alla precedente rivoluzione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, sostanzialmente la rivoluzione di Internet, si può dire che l’Europa abbia perso quell’occasione. Per dirla semplicemente, gli Stati Uniti hanno creato i giganti digitali, noi no», ha aggiunto il commissario. Negli ultimi due decenni, ha ricordato, l’Ue è rimasta indietro rispetto agli Stati Uniti nella crescita della produttività, ma il ritardo è concentrato soprattutto nell’Ict, mentre nei settori tradizionali dell’economia, compresa la manifattura, l’Europa resta invece «più o meno alla pari».
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