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Stipendi dei magistrati: l’aumento accende lo scontro tra Meloni e l’Anm

Meloni: «quasi un miliardo di euro di spesa io non lo firmo». Magistratura Indipendente: «ritardare su stipendi accresce oneri per lo Stato».

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Stipendi dei magistrati
Il premier Giorgia Meloni.

Nuovo fronte di scontro tra il governo e i magistrati causato dalle sentenze del Consiglio di Stato circa l’aumento degli stipendi dei magistrati per una spesa di quasi un miliardo di euro. Ad aprirlo è la decisione della premier Giorgia Meloni di non firmare il decreto per sbloccare gli aumenti di stipendio delle toghe, previsti in base ad alcune sentenze del Consiglio di Stato. Mossa che scatena l’ira immediata dell’Anm, pronta anche con un eventuale ricorso a far valere i propri diritti.

Alla base del nuovo braccio di ferro c’è lo stanziamento contenuto nel Documento programmatico di bilancio, varato pochi giorni fa dal governo: tra le misure che andranno a comporre la prossima manovra figura infatti il “Fondo sentenze“, una voce ricorrente in ogni Finanziaria per coprire gli oneri derivanti da sentenze della magistratura italiana e europea che vede lo Stato soccombente, cui corrisponde una spesa una tantum, solo per il 2027, di 1,92 miliardi (lo 0,08% del Pil). La maggior parte di queste risorse, come rivelato nei giorni scorsi da “il Sole 24Ore”, dovrebbe essere destinata proprio agli adeguamenti per i magistrati: la manovra quindi metterà i fondi, mentre i decreti che adeguano le retribuzioni per gli anni dal 2018 al 2023 sarebbero già pronti.

Meloni, però, non ha intenzione di firmarli, confermano fonti di Palazzo Chigi. Anche se fa comunque sapere di essere pronta ad ascoltare i rappresentanti dell’Anm, nella convinzione che «la gran parte dei magistrati comprenda la situazione e le priorità del momento». Meloni considera la cifra degli aumenti, che ammonterebbe complessivamente a circa un miliardo, dieci volte superiore a quella che il governo sta cercando per dare risposte ai problemi degli autotrasportatori, che rischiano di bloccare la consegna di merci in tutta Italia.

La posizione di Meloni manda su tutte le furie l’Anm. «Il governo decide, ma se ci sono dei margini faremo un ricorso», avverte il vice segretario Stefano Celli, annunciando che verranno usati «gli strumenti che l’ordinamento ci riconosce per far valere i nostri diritti, che sono gli stessi diritti degli altri cittadini: dunque eventualmente valuteremo il ricorso». Gli adeguamenti, in ogni caso, andranno fatti e la premier potrebbe lasciare che sia il Consiglio di Stato ad attuarli con la nomina di un commissario, evitando così che ricada su di lei la responsabilità politica.

«Presentare questa vicenda come un “regalo” significa confondere scientemente un obbligo giuridico con una scelta politica discrezionale. Ancora più grave sarebbe la volontaria mancata esecuzione delle sentenze – afferma una nota di Magistratura Indipendente -. Ritardare ulteriormente l’adempimento può accrescere gli oneri a carico dello Stato, alimentare altro contenzioso e determinare un danno erariale, con eventuali responsabilità da accertare nelle sedi competenti. Non può essere la collettività a sostenere i costi derivanti dalla scelta di non dare tempestiva attuazione a decisioni giurisdizionali vincolanti».

«Non si tratta di concedere nuovi aumenti, né di attribuire centomila euro a ciascun magistrato (cifra assolutamente esorbitante e palesemente errata). Si tratta di somme dovute per legge, non correttamente corrisposte negli anni e divenute arretrati proprio a causa dei gravi ritardi dell’amministrazione per circa sette anni», sostiene Magistratura Indipendente, che spiega: «Il Consiglio di Stato ha accertato l’illegittimità dei criteri di calcolo applicati dall’amministrazione e dall’Istat. Anche il Tar Lazio ha annullato gli atti relativi al triennio successivo. Il decreto, pertanto, non concede un privilegio: dà esecuzione alla legge e alle decisioni della giustizia amministrativa. Gli importi effettivamente spettanti ai singoli magistrati sono molto inferiori alle cifre diffuse e variano secondo l’anzianità e la posizione stipendiale».

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