Se nel corso degli ultimi 20 anni sono stati costruiti 40.000 alloggi universitari, con un costo di 80.000 euro a posto letto, negli ultimi anni, in gran parte con fondi Pnrr, ma non solo, è stato centrato l’obiettivo di realizzare oltre 60.000 posti letto, di cui 33.000 sono già pronti e gli altri 30.000 lo saranno entro il 2027.
I numeri li ha resi noti Manuela Manenti, Commissario straordinario per gli alloggi universitari, audita alla Camera in commissione Cultura e Istruzione. Oltre il 40% di questi alloggi – è emerso nel corso dell’audizione – sono stati costruiti nelle regioni del Sud e il costo mensile può essere al massimo di 850 euro per camera singola (comprese le utenze) mentre la doppia ha un costo ridotto di circa al 70% rispetto alla singola.
Le tariffe sono bloccate per 12 anni – il vincolo di gestione a residenza universitaria ha questa durata – e sono possibili, in questo arco temporale, i soli aumenti previsti dall’Istat. Il 30% dei posti letto è riservato al diritto allo studio e qui i prezzi sono molto inferiori, pari a circa 200-250 euro. Per la gestione calmierata è stato previsto un contributo di 20.000 euro per 3 anni. Il ministero dell’Università ha aggiunto ai finanziamenti già previsti 300 milioni euro e la cifra complessiva per la realizzazione dei nuovi studentati è quindi arrivata a 1.200 milioni di euro.
Il ministro Bernini ha anche ottenuto una maggiore flessibilità rispetto alle regole inizialmente previste e l’apertura al pubblico, che ha partecipato nella misura del 9-10%. «Come abbiamo evidenziato più volte c’è un problema reale legato ai costi a carico degli studenti per i posti letto realizzati con le risorse Pnrr, che restano ancora troppo elevati. Pensiamo che questo rischi concretamente di condizionare il diritto allo studio degli studenti in numerose università», osserva Irene Manzi, del Pd.
Per l’Unione degli universitari Udu, 850 euro come cifra massima «è una somma addirittura superiore alla media del mercato privato. Continuiamo poi a chiederci perché sia stato stabilito un termine di soli 12 anni per la fruizione degli alloggi alla componente studentesca e quale sarà la destinazione d’uso di tali immobili una volta terminato quest’arco di tempo».
Il ministero dell’Università, dal canto suo, precisa che le strutture che arrivano alla soglia massima di 850 euro «risultano essere due. Il prezzo medio nazionale è pari a 540 euro per le stanze singole e 388 per le doppie». E questo importo comprende utenze, connessione a internet, pulizia e altri servizi.
Per Agostino Ingenito, presidente Abbac, associazione bed e affittacamere, «nel nuovo CX Naples Centrale, realizzato nell’ex sede Inps di via Galileo Ferraris, il sito ufficiale propone per l’anno accademico 2026/2027 uno studio da 640 euro al mese e una camera in coabitazione da 660 euro, con servizi e utenze inclusi. Nella stessa struttura, gli 83 posti riservati a studenti meritevoli e privi di mezzi costano invece 278 euro per una singola e 254 euro per un posto in doppia. La fascia davvero sociale riguarda almeno il 30% dei posti; per gli altri il meccanismo nazionale richiede in generale una riduzione minima del 15% rispetto al valore medio di mercato. Ma se il mercato è già molto caro, anche un prezzo scontato può restare fuori portata».
Nel mercato delle stanze singole, le rilevazioni 2025 indicano 729 euro medi richiesti a Milano, 625 a Firenze, 609 a Roma e 599 a Bologna. Il confronto dimostra che “studentato” e “alloggio calmierato” non sono sinonimi. Chi entra nella quota protetta riceve un sostegno reale. Chi resta fuori, pur appartenendo spesso a famiglie con redditi normali e stipendi erosi dall‘inflazione, deve affrontare un costo annuale vicino agli ottomila euro soltanto per dormire e studiare. Così l’accesso all’università torna a dipendere dal reddito della famiglia.
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