L’economia italiana continua ad espandersi a ritmi moderati, con una crescita del Pil 2026 prevista intorno all’1%, ma che risente delle pressioni inflazionistiche legate ai rincari energetici e all’inasprimento delle condizioni finanziarie internazionali. Questo il quadro delineato nella “Nota sulla congiuntura” di ottobre 2026 dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb).
L’inflazione, che a settembre ha raggiunto il 4,2% spinta soprattutto dai prezzi dell’energia, mostra una trasmissione dei rincari alle altre componenti dei prezzi non energetici più contenuta rispetto alla crisi del 2021-22, sebbene inizino a manifestarsi segnali di diffusione. La previsione del +1% del Pil è «coerente con la previsione formulata per la validazione del quadro macroeconomico del Dpfp 2026 (1,1%)», evidenzia l’Upb, precisando che «il quadro resta provvisorio in attesa dei dati Istat di fine ottobre, mentre i rischi sono prevalentemente al ribasso a causa di tensioni geopolitiche, prezzi e condizioni di finanziamento».
«Gli indicatori congiunturali più recenti segnalano un’espansione dell’economia ancora moderata, sostenuta soprattutto dai servizi», spiega l’Upb, secondo i cui modelli di breve termine «nel terzo trimestre il Pil sarebbe cresciuto di uno o due decimi di punto percentuale, con margini di incertezza elevati».
Il Pil italiano è cresciuto dello 0,3% nel primo trimestre 2026 e dello 0,2% nel secondo, con una dinamica complessiva del semestre simile a quella dell’area dell’euro (0,6%). La variazione acquisita del PIL fino al secondo trimestre 2026 è pari allo 0,8% sui dati corretti per i giorni lavorativi (quest’anno tre in più del 2025), ricorda l’Upb, osservando però che le serie annuali non incorporano la stessa correzione per cui indicheranno una crescita di poco superiore a quella derivante dai dati trimestrali.
In primavera la domanda interna al netto delle scorte ha fornito un contributo positivo al Pil pari a due decimi di punto percentuale, mentre la domanda estera netta ha sottratto un decimo, compensato dalle scorte. Dal lato dell’offerta, i servizi hanno continuato a sostenere l’attività (più 0,4% di valore aggiunto), a fronte della debolezza industriale. I consumi delle famiglie sono aumentati dello 0,3%, ma il rialzo dei prezzi ha ridotto il potere d’acquisto e la propensione al risparmio è scesa al 6,7%, dal 7,9% dell’inverno.
Prosegue la fase di crescita del mercato del lavoro, che ha raggiunto valori storicamente elevati di partecipazione, mentre si ferma il calo della disoccupazione; le retribuzioni orarie in termini reali hanno ripreso a ridursi, principalmente a causa del rialzo dell’inflazione, risultando inferiori a quelle del 2020 per oltre nove punti percentuali.
Nonostante le tensioni internazionali, le prospettive per gli investimenti per quest’anno appaiono favorevoli, osserva l’Upb, spiegando che la fiducia delle imprese è migliorata nel terzo trimestre, ma l’incertezza rimane elevata e l’indicatore dell’Upb sulle tensioni del mercato del credito risulta sostanzialmente stabile in primavera ed estate, in linea con il dato medio del 2025.
Per quanto riguarda il quadro internazionale, l’Upb spiega che l’economia mondiale mantiene «una tenuta superiore alle attese nonostante conflitti, tensioni commerciali e shock energetici». Da fine febbraio il petrolio è rincarato del 66% e il gas del 180%. I rialzi hanno inciso sull’inflazione italiana più che nella media dell’area dell’euro. In prospettiva, tuttavia, «la capacità di reagire a ulteriori shock si va riducendo» e i «rendimenti dei titoli di Stato decennali sono aumentati nei principali paesi avanzati di circa un punto percentuale dall’inizio dell’anno».
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